Mi pare che ci sia, nell’impostazione teorica del documento “La rete UCC”, una fiducia molto marcata nei confronti delle comunità locali, oggetto di conoscenza privilegiato e soggetto trasformativo, leva fondamentale di un processo di cambiamento alternativo allo status quo. A mio avviso la riflessione sulla nostra attuale società e, conseguentemente, la formulazione di proposte operative non possono non tenere conto del ruolo dello Stato (nelle sue articolazioni centrali e locali) quale agente positivo di condivisione della conoscenza e di programmazione di iniziative di sviluppo.
Naturalmente non dico che nel documento UCC non ci sia una considerazione della dimensione stauale e sovrastatuale (Osservatorio europa), ma ritengo che sul piano teorico ci sia una valutazione eccessivamente ottimistica circa le virtù della “società civile” , intesa nel senso delle forze economiche e sociale (imprese profit e non profit, associazionismo etc.) che operano al di fuori delle Stato.
Rispetto a ciò penso che tali forze operando nel mercato non possono realizzare una cooperazione di saperi finalizzata al bene comune, perché la cooperazione che si svolge nel mercato è una cooperazione tra soggetti che sono mossi dal perseguimento del proprio fine utilitaristico, la vendita di beni e servizi, anche quando il contenuto di questi beni e servizi abbia una valenza etica e politica (es. i cosiddetti beni relazionali: servizi alla persona, assistenza; il commercio equo e solidale). In sostanza, tutte le organizzazioni che operano nel mercato devono necessariamente subordinare il perseguimento dei propri obiettivi – quando essi non coincidono con il mero profitto – alla vendita dei beni e servizi che producono, per evitare la fine stessa dell’organizzazione: condividendo gratuitamente il proprio sapere sia in termini di prodotto, sia in termini di know how dell’organizzazione, rischierebbero di fallire! Leggi il seguito di questo post »