Un nuovo stile di vita dai poteri forti
Pubblicato da UCC su 13 Ottobre, 2007
Esistono davvero i poteri forti? Quasi sempre, quando ne faccio cenno, c’è qualcuno che chiede cosa io intenda con questo termine. Qualche volta ho il dubbio che molti analisti delle trasformazioni socio-economiche in corso non tengano in debito conto l’influenza e l’aleatorietà di questo fattore. Così si disputa sulle interpretazioni dell’andamento dell’economia, sui modelli economici più adeguati, sulle priorità dell’agenda politica, sul welfare o sul ricorso alla forza in politica estera, come se si trattasse di questioni scientifiche alla ricerca della formula giusta. Non mi riferisco ai politici che conosciamo, utili servi dei poteri forti perennemente in lotta fra di loro per mantenere il privilegio di servo attivo piuttosto che quello di servo parcheggiato in attesa del proprio turno. Né penso alla Casta, una più ampia cerchia di servi, utile a sostenere il consenso dei poteri forti se non altro alimentando la speranza che tutti abbiamo una possibilità di entrare in quel mondo del privilegio. Chi sono allora i poteri forti? Provate ad individuare i proprietari dei mezzi di comunicazione, poi coloro che siedono nei consigli di amministrazione delle banche e delle assicurazioni, poi coloro che hanno accesso esclusivo ai circuiti di investimenti che garantiscono un ritorno percentuale a due cifre, poi i proprietari delle imprese che tirano. Scoprirete facilmente che sono sempre le stesse persone, gli stessi gruppi che si dividono tutto quello che c’è da dividersi nel pieno rispetto delle loro regole interne, salvo cannibalizzare chi dovesse trovarsi in difficoltà… Sono regole dure quelle dell’oligarchia, sia quelle interne che quelle che si applicano ai servi. Non si ammettono sbagli, né debolezze. Chi non ce la fa è escluso, chi rema contro viene eliminato. Non occorre un mitra per l’eliminazione… basta la legge. Perché la legge è fatta per …, soprattutto le norme di procedura.
Scoprirete anche come queste persone siano strettamente apparentate con l’uno o l’altro leader politico. A volte per via di un matrimonio, altre volte in base a sodalizi che datano da una vita.Immaginate la prima repubblica ed il continuo succedersi di alleanze politiche. Immaginate un paio di esperti distaccati in ciascuno dei vari ministeri chiave, permanentemente collegati con le Camere, pronti a teleguidare il voto o gli opportuni emendamenti. E quando non bastavano i deputati ed i senatori di scuderia, si ricorreva ad altri rappresentanti di cui si conoscevano i punti su cui fare leva per raggiungere il quorum necessario. La seconda repubblica dovrebbe costare un po’meno fatica. Adesso non ci sono più i comunisti finanziati dall’estero che andavano arginati con altre organizzazioni partitiche similari diffuse sul territorio. Bastano quindi due schieramenti che si alternino per garantire l’efficienza competitiva. Del consenso capillare dei cittadini non ce più bisogno. Quale schieramento va al governo? Quello che fa riferimento al gruppo dei poteri forti temporaneamente dominante. Così si lavora in tandem e si raccoglie il massimo di sinergie. Poiché entrambi gli schieramenti politici si ispirano al sistema liberista, per i poteri forti uno schieramento vale l’altro. Quando questo sistema diventa efficiente allora si dice che abbiamo una democrazia compiuta, per intenderci, all’inglese. La regola è che un governo possa contare su una durata di cinque anni. L’opposizione sa che deve limitarsi al rumore necessario per mantenere la visibilità, e che dovrà aspettare la fine della legislatura per avere una possibilità di ritorno al ruolo attivo, anche se le frane sono sempre possibili. Naturalmente, ogni governo ha i suoi compiti sottaciuti da portare a termine: gli impegni assunti nei confronti dei poteri forti come condizione per andare al potere. Poteri forti nazionali per le questioni nazionali e poteri forti internazionali per le questioni internazionali. In un paese in cui basta la legge elettorale a cambiare i risultati della consultazione popolare ed in cui i candidati delle liste elettorali vengono designati da circoli ristretti, nessuno si illude più che siano i cittadini a decidere… Tanto meno i politici, il cui ruolo è quello di fare da parafulmine ai poteri forti. Se qualcosa va storto, basta rimpiazzare il politico di turno, così chi è veramente al potere può restarci.Oggi l’obiettivo più importante per chi vuole andare al governo è la trasformazione delle relazioni sociali che devono diventare funzionali all’economia cognitiva. Questo è l’obiettivo delle riforme a prescindere dal colore di governo. Il resto è puramente questione di costo dell’apparato politico.
In questo processo di riforma l’Italia è drasticamente indietro rispetto al resto d’Europa. C’è voluto tempo per spazzare il terreno dalle vecchie ideologie “comuniste” e per azzerare le conquiste dei lavoratori negli anni ’70. Non facile in un paese di 60 milioni di abitanti dalle componenti sociali così eterogenee. Ma adesso che il terreno è sgombro dalle macerie del passato e che si è perduta la memoria delle conquiste egalitarie di un tempo, i poteri forti possono venire alla luce ed impegnare direttamente il proprio apparato nella creazione del nuovo patto sociale. C’è un evento annuale, lanciato da poco, per veicolare i messaggi chiave delle nuove relazioni socio-economiche rivolti ai giovani ed ai loro genitori attanagliati dall’angoscia della precarietà a vita e dell’inadeguatezza. Il Festival dell’Economia – che ha luogo ad inizio giugno a Trento – è il tentativo di accrescere il consenso attorno ad un nuovo modello di convivenza umana che, per essere diretti, si preferisce chiamare capitale sociale.In un contesto territoriale circoscritto, il capitale sociale è il modo di relazionarsi dei membri della società ma è anche il contesto in cui si effettua ogni tipo di transazione ed, al tempo stesso, l’humus in cui cresce e si forma il capitale umano, il patrimonio delle competenze individuali. Capitale umano e Capitale sociale era il tema, quest’anno, del Festival a Trento. Chi conosce i legami tra il presidente dell’Università di Trento, Confindustria ed il “Sole 24 ore” – organo ufficiale di Confindustria nonché organizzatore del Festival – non dovrebbe avere difficoltà a risalire alle fonti del messaggio che il Festival rivolge alle famiglie italiane. Il messaggio del Festival è la nuova visione del pianeta globale, una visione tutta economia.La globalizzazione è un’espressione della competizione crescente. In questa competizione ci sono vincitori e vinti. Ma alla fine dei conti la competizione conviene perché i vincitori sono più numerosi dei perdenti, come mostrano i progressi in Cina ed India. L’esito della competizione dipende però dai mezzi che si hanno. Vince chi è specializzato perché chi non lo è può essere rimpiazzato dalle macchine. E poi l’istruzione conviene. Con l’istruzione i salari aumentano più che proporzionalmente e chi è istruito pianifica meglio la sua vita, evita le catastrofi, è più sano, investe di più nell’educazione dei figli [Parola di Gary Backer, Nobel dell’economia]. Ne guadagna anche la qualità della convivenza umana e quindi il capitale sociale, misurabile dal livello di fiducia che intercorre nelle relazioni fra le persone che interagiscono. Partha Dasgupta, docente indiano di economia a Cambridge, spiega come la società, prima ancora che l’economia, funziona quando ci sono delle interazioni che si fondano sulla fiducia reciproca. I rapporti di fiducia funzionano se sono più o meno garantiti da un’autorità terza, che si tratti di un codice, del capo di un villaggio o delle norme comportamentali di una comunità locale. I numerosi esperti chiamati al Festival spiegano le varie sfaccettature di queste due parole chiave.Ai giovani presenti a Trento arriva il messaggio che per essere vincente occorre mantenersi meno sostituibili dall’ultimo arrivato. Non basta quindi l’istruzione standardizzata delle università ma occorre curare ogni aspetto delle proprie attività relazionali che contribuisce a renderci unici ed insostituibili nel lavoro. Ogni aspetto della vita privata e del tempo libero deve essere finalizzato a questo obiettivo. Le letture, lo sport, le vacanze, gli hobby. E, per durare di più, non va dimenticato che maggiore istruzione e migliore salute vanno di pari passo, spiega Tullio Jappelli dell’Università di Napoli.
Ai genitori arriva più pressante l’invito a ricostruire la fiducia sociale ed istituzionale cominciando dall’investire di più nei giovani, incoraggiandoli ad accettare la sfida competitiva. Non ha più senso dispiegare strategie per aiutare il figlio a trovare un posto di lavoro a vita mantenendolo in casa finché non arriva quel momento. Meglio investire nella sua formazione, mandarlo fuori casa a fare tirocinio gratuito nelle imprese. È così che si dà maggiore competitività al sistema produttivo che potrà finalmente esternalizzare i costi di formazione del capitale umano di cui ha bisogno: un capitale sociale che riproduce capitale umano a costo zero per le imprese. La ricompensa consisterà nell’assicurarsi un posto fra i vincitori. Una volta che una parte degli ottocento milioni di ricchi si saranno ripartiti geograficamente sul pianeta, i vinti li avremo anche in occidente e sarà più facile passare da una categoria all’altra. Anzi, un aumento dell’indice che misura il fenomeno – la mobilità fra fasce di reddito – è valutato molto positivamente, segno che la competizione funziona. Le politiche sociali saranno quindi sempre meno standardizzate, più adeguate alle varie categorie sociali. L’eufemismo è: offrire agli utenti una possibilità di scelta. La scelta sarà ovviamente legata a quanto si è vincitori o vinti nella capacità di essere “occupabile” ovvero di trovare un altro lavoro quando si perde il precedente. Sì, perché l’occupabilità diventa responsabilità esclusiva del salariato. Le ragioni del cambiamento sono chiare: per essere competitiva nel mondo globalizzato, l’impresa deve potersi adattare rapidamente ai cambiamenti del mercato: ciò che comporta sovente un cambiamento degli effettivi sul piano quantitativo e qualitativo. Perciò, l’obiettivo delle politiche del lavoro non sarà più quello di ridurre la disoccupazione ma quello di aumentare l’offerta di lavoro, ossia il numero di candidati per ogni “posto” offerto dalle imprese. Che l’abbinamento istruzione/salute non sia puramente casuale lo spiega Anthony Giddens che ama presentarsi come il consigliere dei leader mondiali della sinistra socialdemocratica (fra gli affezionati anche i nostri D’Alema e Prodi). Nel mondo globalizzato, secondo Giddens, il welfare dell’intervento a posteriori per correggere o limitare effetti negativi già accaduti come la perdita del posto di lavoro o l’insorgere di una patologia sanitaria, è destinato a morire. Il nome è già stato coniato: Sistema di investimento sociale e punterà sulla prevenzione, sulla “personalizzazione” dell’offerta e sulla promozione di un nuovo stile di vita. Sì, perché Giddens ha concepito un nuovo stile di vita per tutti noi. Se da un lato il nuovo sistema punterà sull’accrescimento del capitale umano (formazione ed istruzione), dall’altro il nuovo stile di vita mirerà a correggere i comportamenti che generano problemi e patologie di ogni tipo come l’obesità o il cancro provocati da abitudini e stili di vita nocivi. In alcuni paradisi nordici queste idee sono maturate da tempo e si comincia già a discutere se sia giusto che chi abbia avuto un infarto a causa di eccessi alimentari o un cancro al polmone a causa del fumo abbia diritto alle cure a spese della collettività. Per non parlare poi di chi dovrebbe decidere, nel singolo caso, che sono state le abitudini “negative” a fare insorgere la malattia. Compito dello Stato sarà quello di esercitare il massimo della pressione per imporre il nuovo stile di vita, arricchito dai valori della sobrietà e del rispetto dell’ambiente.Un futuro quindi “personalizzato” in cui è ciascuno, con il proprio comportamento a decidere se essere un vincitore o un vinto oppure se vivere in buona salute o ammalarsi. E poiché tutto dipende dall’individuo, anche il welfare personalizzato che gli compete se lo sarà cercato (o scelto?) lui. Insomma, la prefigurazione del regno della libertà in cui ciascuno è artefice del proprio destino, della propria salute e della propria formazione. Ovviamente, ci saranno gli inadeguati, ma se dimostreranno buona volontà non avranno di che temere perché una rete di sicurezza ci sarà: le politiche per la lotta all’esclusione ed alla povertà. Sì, perché questi due mali non sarebbero generati dal nuovo sistema socio-economico bensì dall’essere semplicemente meno fortunati o meno adeguati.
Tutto questo mentre, in un’altra delle belle sedi di Trento che ospitano le conferenze, profeti di sventura come Stefano Rodotà lanciano il loro avvertimento: in un’epoca in cui gli interessi economici interagiscono fortemente con gli straordinari effetti della scienza, saremo ancora in grado di governare il nostro corpo esposto alla compravendita di organi e trasformato da interventi genetici estremi o da inserimenti elettronici,?Avverte Umberto Galimberti: “stiamo diventando simili alle macchine con un pensiero che misura se stesso solo in termini di produttività, di efficienza e di obiettivi a termine. Rispetto alle macchine, però, gli uomini si ammalano, hanno degli umori, non hanno gli stessi livelli di precisione, nel caso delle donne restano perfino gravide… Tutti questi sono inconvenienti in un apparato di tipo economico. Se noi pensiamo che l’identità uno la va a cercare nel riconoscimento che gli proviene dall’apparato, se la responsabilità è ridotta alla buona esecuzione del mansionario, se vediamo che la nostra stessa intelligenza allenata con il computer sta diventando un’intelligenza binaria (capace di dire sì, no, al massimo non so), allora ci rendiamo conto come l’egemonia del pensiero economico, che è il pensiero fatto calcolo, finisce col distruggere l’umano”. Non è il pensiero calcolante tipico delle macchine che preoccupa, quanto la mancanza di alternativa in un mondo dell’economia dominato da tale pensiero nella misura totalizzante con cui oggi si presenta. Valutato in base a criteri di produttività ed efficienza, l’uomo è chiamato a rispondere della propria competenza e non del risultato delle proprie azioni. La sua identità sfuma poiché egli esiste in quanto “appartenente ad un apparato di competenze” e non più in quanto uomo.
Questo post è stato pubblicato il 13 Ottobre, 2007 a 3:31 pm ed è archiviato in 1. capitale sociale/capitale umano, b. CONVIVENZA UMANA. Puoi seguire tutte le risposte a questo articolo attraverso il RSS 2.0 feed. I commenti sono al momento chiusi, ma puoi trackback dal tuo sito.