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Governance e governamentalità

Pubblicato da UCC su 25 Maggio, 2007

La filosofia occidentale sin dal tempo dei suoi esordi, e la filosofia politica in particolare dall’età moderna, si sono sempre preoccupate di governare il flusso caotico degli eventi imponderabili e contingenti attraverso un taglio di stabilizzazione che lo imbrigliasse incanalandolo verso una struttura di stabilità a cui si è dato il nome di stato, nonché attraverso una forma di pensiero statuale che pre-apprestasse gli strumenti di razionalizzazione al fine di governare l’anarchia del pensiero riducendola a griglie concettuali standardizzabili, prevedibili, ricorsive, ripetibili (il sapere scientifico nelle sue varie discipline di esattezza) ovvero a schemi categoriali di cui enunciare con piglio assertorio l’indiscutibilità di una verità speculativamente affermata (il sapere filosofico nella sua pretesa fondativa di verità metafisiche).             Governare la vita con un impianto di stabilizzazione ha rappresentato dunque l’obiettivo della filosofia e della filosofia politica nella nostra cornice intellettuale. La biopolitica è appunto lo sforzo teorico per racchiudere una strategia concettuale, in cui la vita singolare e la vita come specie, come genere umano, lungi dal differenziarsi come è correttamente argomentabile a partire dalla biologia evolutiva, si ricongiungono in un dispositivo intelligibile che trova nella popolazione (ieri poteva essere rappresentata dalla gens, dallo ius gentium) il punto di convergenza che diviene oggetto di governo. La radicale contingenza che istruisce la vita del genere umano trova il proprio contrappunto nei numerosi e poliedrici dispositivi di sicurezza che intendono preservare la vita dal rischio della propria finitudine, ma con ciò stesso incanalandola in una operosità coatta a servizio delle forze sovrane. Tale operosità forzata assume epoca dopo epoca diverse tattiche di governamentalità, cioè svariate forme di normazione razionalizzata della biopolitica con cui controllare la contingenza[1]. Secondo Bruno Latour, iscrivere la vita qualifica la cifra della politica, ossia quel particolare dispositivo che consente al pensiero di attivarsi sul proprio oggetto, nella fattispecie condizioni materiali di esistenza. L’atto dell’iscrizione  precisa una presa di potere sugli individui, sui luoghi e sui flussi che legano socialmente parole, cose e persone, dando una «forma durevole»[2]. La sovranità statale ha così acquistato sempre più fortemente una visibilità centrale nell’immaginario politico sino a divenire un potente fattore mitopoietico al quale essa stessa finisce con il soggiacere. Configurata sul modello di teologia politica, il nesso sovrano – ossia il triangolo costituito dalla disponibilità di popolo e risorse entro uno spazio di territorio delimitato a lasciarsi controllare e governare in modo legittimo  e non con l’arbitrio della forza bruta – ha avviato e nel tempo consolidato un movimento di unità esclusiva e accentrata, tanto dei poteri diffusi, quanto delle giurisdizioni parallele, sino a porsi come unico spazio di vivibilità bene-ordinata per una esistenza organizzata di singolarità e di collettività plurali. In buona sostanza, lo stato come incarnazione politica e simbolica del motto: e pluribus unum.              Non è questa la sede per inseguire nelle articolazioni storico-concettuali tale processo morfogenetico che oggi contrassegna ogni comunità minimamente stabile e riconosciuta sulla terra, a prescindere dalle concrete forme organizzative implementate nei diversi regimi politici. Ma l’estrema sintesi delineata sin qui a mo’ di schizzo può comunque consentire, fermo restando la ricerca intorno alle varie “arti di governare” nel corso delle epoche, di smarcare un duplice movimento di elusione del mito della centralità formale dello stato sovrano all’interno della filosofia politica moderna. I temi della governance e della governamentalità, pur originati in contesti analitici e di riflessione diversi nel tempo e sul tempo storico preso in considerazione, pur inclusi in cornici teoriche differenti quanto a saperi in atto e a tattiche operative, convergono in maniera sorprendente in tale critica, denotando elementi di assonanza che in queste pagine saranno oggetto di ricognizione[3].             Nonostante una ambiguità semantica legata alla polivalenza di senso del termine governance, il cui lemma pone comunque e nettamente una pretesa di scarto dalla categoria di governo, specialmente in una accezione fenomenica, la sterminata letteratura generale e particolare su di essa ci aiuta in qualche modo a fornire una visione d’insieme comprensiva di diversi livelli di analisi, su diversi piani di applicazione. Tanto sul lato dei contributi intellettuali, quanto su quelli provenienti da ambiti istituzionali, riscontriamo una concordanza generica. Da una parte, «governance non è sinonimo di governo. Entrambi rinviano ad una condotta finalizzata, ad attività orientate verso obiettivi, a sistemi di norme; ma il governo implica azioni che sono sorrette da una autorità formale, da forze di polizia che assicurino l’implementazione di politiche correttamente determinate, mentre la governance rinvia ad attività sorrette da obiettivi condivisi che derivano o meno da responsabilità giuridiche e formalmente prescritte, senza appoggiarsi necessariamente a forze di polizia per superare l’infedeltà o per conseguire l’obbedienza. In altre parole, governance è un fenomeno più ampio del governo, che abbraccia istituzioni governative, ma che sussume inoltre meccanismi informali e non governativi»[4].  Dall’altra, la Commission on Global Governance stese nel 1995 una descrizione del seguente tenore: «il prodotto dei molteplici modi in cui individui e istituzioni, pubblico e privato, gestiscono i loro affari comuni. È un processo continuo attraverso il quale si possono coniugare interessi conflittuali o diversi tramite una azione cooperativa. Essa comprende istituzioni formali e regimi forti in grado di normare condotte (to enforce compliance), nonché dispositivi informali che sia istituzioni, sia agenti hanno convenuto o percepiscano essere di loro interesse»[5]. Registriamo così l’individuazione di un modello molto discretamente flessibile, definibile per mezzo di immagini sistemiche (la topologia delle reti, il multilevel and multilayered system, ecc.) che ora appare processo, ora appare struttura, ora entrambe. «La governance è quindi un sistema di norme che dipende tanto da significati intersoggettivi, quanto da carte e costituzioni formalmente sanzionati» che fanno in certo qual modo funzionare le cose anche se gli attori sono privi di una titolarità legittima o di una competenza legale a ordinare una tale direzione di funzionamento; in ultima e parziale analisi, quindi, un insieme di «interazioni, articolate e diverse da costituire una struttura ibrida in cui le dinamiche di governance si intersecano in vari livelli in modo da formare un processo di singolarizzazione a rete, come l’anello di Möbius che non inizia né termina in qualche livello o in qualche momento»[6].             Se ci spostiamo adesso a comparare tali definizioni di governance con i rilievi foucaultiani sulla categoria, peraltro altrettanto innovativa, senza dubbio lessicalmente più coraggiosa, di governamentalità, è difficile non notare una incredibile assonanza enunciativa nonostante la  (apparente) lontananza di contesto analitico e di intenzionalità riflessiva. Per Foucault, così governamentalità rinvia in primo luogo ad un «insieme di istituzioni, procedure, analisi e riflessioni, calcoli e tattiche che permettono di esercitare questa forma specifica e assai complessa di potere, che ha nella popolazione il bersaglio principale, nell’economia politica la forma privilegiata di sapere e nei dispositivi di sicurezza lo strumento tecnico essenziale. Secondo, per governamentalità intendo la tendenza, la linea di forza che, in tutto l’Occidente e da lungo tempo, continua ad affermare la preminenza di questo tipo di potere che chiamiamo “governo” su tutti gli altri – sovranità, disciplina – col conseguente sviluppo, da un lato, di una serie di apparati specifici di governo, e dall’altro di una serie di saperi. Infine, per governamentalità bisognerebbe intendere il processo, o piuttosto il risultato del processo, mediante il quale lo stato di giustizia del Medioevo, divenuto stato amministrativo nel corso del XV e del XVI secolo, si è trovato gradualmente “governamentalizzato”»[7].           Beninteso, non è solo la ricorrenza di singoli termini o di espressioni affini che fanno propendere per una declinazione congiunta e disgiunta al contempo di governance e governamentalità. Entrambi costituiscono dei processi ampi di guida (steering) delle condotte tanto individuali quanto collettive, che pervadono lo spazio sociale articolando conflitto e cooperazione in maniera pragmatica, al di qua dei risultati di efficacia e di efficienza che ne possono derivare di volta in volta. Entrambi si pongono medesimi obiettivi adottando tattiche flessibili e plastiche per ovviare a rigidità tipiche della operatività di governo lungo l’asse del comando sovrano (e Foucault aggiunge significativamente anche la forza vettoriale della disciplina). Entrambi emergono storicamente in simbiosi con il liberalismo (ovviamente a distanza di secoli l’uno dall’altro), ossia nel momento in cui forze sociali organizzate aspirano a concorrere all’esercizio del potere non passando per il canale selettivo di accesso all’area formalizzata del governo, ma anzi teorizzando una pratica nell’ambito di una sfera politicamente non sovrana quale il mercato, colto dalla prospettiva di competitor di contenimento del campo statale (quel «governo minimo, frugale», quell’«arte di governare il meno possibile»[8] scagliato contro il declinante assolutismo à la Louis XIV l’altro ieri, contro il welfare state ieri). In questa ottica, a parte le ovvie distinzioni tattiche e strumentali, poca distanza strategica si riscontra tra il liberalismo incalzante dei tempi storici presi in esame da Foucault nei Corsi del 1977-78 e del 1978-79 ed il cd. neo-liberalismo (o neoliberismo) dei tempi recenti in cui la governance ha preso piede con sempre più piglio deciso, presentandosi infine come una «ipotesi onto-politica che fissa possibilità, distribuisce elementi di spiegazione, genera parametri al cui interno elaborare una etica, e accentra o decentra assi di identità, legittimità e responsabilità»[9], sino a esprimere oramai un discorso egemonico, a sua volta «espressione di un rapporto di potere egemonico»[10] che tuttavia riesce a dissimulare la propria politica di potenza enunciativa, quella che «fa apparire il mondo così come esso si presenta e non altrimenti»[11].           Ognuno a suo modo, i dispositivi di governance e di governamentalità smantellano assetti di potere preesistenti per inaugurare una funzione mobile di governare altrimenti ibridando tecnologie e attori, apparati e policies, meccanismi istituzionali e dinamiche sfuggenti, logiche di opportunità utilitaristiche e tecniche di razionalizzazione composite. Quel nesso sovrano viene pertanto sciolto e ripreso sotto mutate dimensioni di sapere-potere (expertising, per nominare con l’anglicismo odierno il governo dei consulenti e degli esperti) tramite cui popolazione, risorse e territorio vengono investiti da saperi governamentali (statistica, demografia, economia politica, scienze camerali, ragione di stato, ecc.), ben al di là del paradigma tipico della sovranità statale.  È proprio quando i confini netti e sigillabili che contornano territorio e popolazione si fanno labili, vuoi per ragioni storiche agli inizi della formazione dello stato nazionale, vuoi per la loro porosità a fronte di dinamiche trasversali che li oltrepassano, come nell’attuale era globale in cui eventi e nuove figure migranti (per cause belliche o per ragioni economiche e socio-ambientali) concorrono a indebolire e ridimensionare il peso effettivo, nonché simbolico, dei tipici segni del nesso sovrano, che emergono quei processi di governance razionalizzabili in nuove e ibride tecnologie governamentali di potere. Parafrasando Claude Lefort, «la formazione di un unico spazio-mondo ha offerto le risorse per concepire, al di là delle differenze di cultura e di sistema politico, e delle disparità di sviluppo, un unico stato sociale, una padronanza totale dei rapporti umani all’insegna dell’Uno»[12].           La proliferazione di conflitti in ogni giuntura delle società complesse a livello locale e globale, unitamente alle micro-pratiche i cui effetti ormai si riverberano su dimensioni allargate, in assenza di un quadro epistemico dominato da un ferreo senso di necessità in cui la teologia politica iscriveva la sovranità, apre una concezione costruttivista della governance come trama di attività irrelate di cui si cerca un forma di governo. Lo stato non sembra poter rispondere con efficacia a tale istanza, anzi si potrebbe sostenere, non solo con Foucault, che «lo stato non ha mai avuto la capacità di imporre la sua volontà; lo stato ha sempre dovuto operare insieme e nell’ambito delle organizzazioni della società civile, è sempre stato plurale e diffuso, così da poter concludere addirittura che non si dà ragione di introdurre il concetto di “nuova governance” »[13].           In entrambe le tipologie storiche, il pivot su cui imperniare il processo di smantellamento e ricomposizione del sistema politico attraverso tali tecnologie è l’individuo colto nella sua accezione liberale. Il modello ideologico dell’imprenditore, poi denominato self-made-man, tipicizza una dinamica mobile di ascensione sociale che diviene uno dei punti nodali della pretesa di rappresentanza all’interno del ceto politico dominante del quale rompere la fissità di accesso dovuto al sangue aristocratico quale segno distintivo e singolare non legato ad alcuna opera meritoria in fatto di contributo valorizzato e valorizzante nei confronti della propria società. La sfera di potere reale del mercato (e dei suoi operatori) entra inevitabilmente in rotta di collisione con una sfera della politica così rigida da non saper accogliere e integrare domande formulate in termini individualistici, per le quali l’idea di liberalismo politico da Locke in poi si rivela ben più idonea a farsi veicolo di affermazione tanto sul piano del costume e di un immaginario sociale emergente, quanto di un sistema ingessato e  decrepito che da lì a poco verrà sconvolto e sconquassato dalla Grande Rivoluzione. Il primato, su parte della piattaforma continentale europea, del calvinismo e del protestantesimo traduce inoltre in termini meritocratici e attivi quella cura pastorale del cristianesimo, peraltro non sempre in linea dogmatica con il soglio pontificio, che già coglieva tutti e ciascuno all’interno di una rete protettiva e delimitativa che istruiva l’autonomia del fare e del pensare incanalandola in un quietismo attendista coerente con un quadro politico conservatore e stabilmente cristallizzato, dunque inadatto a sopportare mobilmente nuove esigenze di riequilibrio del sistema politico assolutista.           Apparentemente potrebbe sembrare contraddittorio voler declinare congiuntamente il momento reticolare della governance che «governa a distanza attraverso spazi flessibili e fluidi, invece che attravreso istituzioni strutturate», con la capillarità di un ordinamento disciplinare, tipicamente descritto da Foucault, in cui la durezza e la territorialità si stagliano come assi portanti tanto degli individui obbedienti, quanto degli apparati di narmalizzazione e normazione. Tuttavia, come fa rilevare Nancy Fraser, è proprio Foucault (insieme al Deleuze rizomatico) ad anticipare i tempi contemporanei di una governamentalità dispersa e destatuale  destatized governmentality») allorquando insiste nel doppio movimento della soggettivazione, e precisamente quando schematizza una strategia di controllo sociale non solo verticale, invero raramente in maniera per così dire pura, ma soprattutto orizzontale e persino bottom-up, ossia quando evoca soggetti capaci di attivarsi in modo autonomo e pertanto capaci di autogovernarsi. «Catturando realmente gli individui nella funzione di agenti del controllo sociale, laddove si promuove al tempo stesso la loro autonomia, la disciplina di tipo fordista si sforzava di sostituire la coercizione esteriore con l’autoregolazione interiore. […] Il segno peculiare delle reti è la capacità di combinare una organizzaizone governata da regole con dispersione spaziale, decentramento, flessibilità e apertura illimitata. […] La flessibilità designa sia un modo di organizzazione sociale, sia un processo di autocostituzione. Meglio: è un processo di autocostituzione che si lega, nasce e somiglia ad un modo di organizzazione sociale. La sua cifra è la fluidità, la provvisorietà e un orizzonte temporale privo di lungo termine. Così, ciè che la rete è per lo spazio, la flessibità è per il tempo»[14].           Pur innestandosi in un quadro di dissoluzione postmoderna dei legami sociali che saldano le esistenze degli individui all’interno di un quadro societario definito tanto da radici comunitarie relegate ad arcaismi premoderni di stampo religioso o etnico, produttori di alta conflittualità e di mortificazione del singolo individuo non organico al gruppo di appartenenza identitaria, quanto da politiche di tutela del benessere assistito, foraggiate da una presenza interventista di uno stato-padre che così ha tradotto la cura verso tutti e ciascuno fiscalmente onerosa, anche nel quadro del neoliberalismo contemporaneo lo sganciamento dell’individuo socializzato non comporta il suo esautoramento, bensì piuttosto un suo snellimento (downsizing) alla funzione in un certo qual senso scheletrica del solidarismo compassionevole, che trova rispecchiamento, secondo la cornice ideologica di riferimento, sia nella carità cristiana, sia nella cooperazione con gli ultimi, comunque linfa dell’innalzamento esponenziale dell’impegno personale in miriadi di associazioni chiamate a svolgere, palesemente o meno, una funzione di governance in campo locale e globale. «Le agenzie del benessere vengono ora ad essere governate non direttamente dall’alto, ma tramite tecnologie quali i vincoli budgetari, l’accountancy e l’audit. Accanto alla “degovernamentalizzazione” del welfare state, le istanze della competitività e del consumatore hanno sostituito le norme del servizio pubblico. Parallelamente, il cittadino viene riqualificato come attore attivo in grado e costretto al tempo stesso ad esercitare scelte autonome»[15].           Una volta, pertanto, che il liberalismo moltiplica libertà rischiando sicurezza, la politica lungi dal ritirarsi si insinua praticamente dappertutto, per regolamentare e conciliare dinamiche altrimenti centrifughe. La politica della società, analizzata da Foucault che coglie la posta del rischio successivamente rilanciata dagli studi di Ulrich Beck, copre quell’apparente paradosso del liberalismo – «la necessità di creare, sviluppare e proteggere le condizioni della libertà, attraverso diverse forme di intervento governamentale, al fine di lasciar giocare i meccanismi regolatori del mercato»[16] – per leggere l’azione governamentale, tanto sul piano locale che su quello internazionale, come una funzione imprescindibile della statualità contemporanea, a prescindere da ogni dimensione mitica, anzi de-essenzializzandola proprio come è nelle intenzioni di Foucault stesso. A fronte della metamorfosi delle funzioni governative riscontriamo così un innalzamento vertiginoso della tensione partecipante che anima gli attori della cd. società civile in una molteplicità di campi e di interessi il cui innesto nei processi di governance disloca e sfuma la separazione duale tra stato e società civile, per la quale si aprono spazi inediti di azione non solo sul piano proprio della socializzazione attraverso apposite agenzie e all’interno di ambiti che denotano gli assi produttivi e riproduttivi dell’insieme societario, ma anche e più significativamente sul piano dell’aggregazione di istanze diffuse, della loro elaborazione progettuale, dell’apertura di spazi deliberativi, insomma di vera e propria attività di governance, con tutti i risvolti incerti quanto a accountability (ossia relativamente al nesso tra azione dagli effetti politici e catena di responsabilità di fronte al pubblico in assenza di un chiaro canale di accesso e selezione pubblicamente controllabile). Così vengono a riconciliarsi, ad «allinearsi le scelte singolari dei cittadini con gli obiettivi di governo. La loro libertà e la loro soggettività possono in tal modo divenire aleate, e non sfide, di un buon ordine che governa tanto la politica quanto la società»[17].           In tal senso, tuttavia, la classica distinzione liberale tra stato e società in base alla naturalità dell’ordine, rispettivamente artificiale e spontaneo, si eclissa in quanto le funzioni di governance vengono assunte e declinate come tecnologie di potere, le quali sono tanto costruzioni artefatte e progettate in modo da ordinare una società in cerca di essere governata, quanto esito di una cooperazione trasversale e reticolare che si qualifica nella sua “spontaneità” dal basso verso l’alto in cerca di una società da essere governamentalizzata. Questa tecnologia politica, ieri come oggi, prolunga una strategia di spoliticizzazione moderna in cui al conflitto propriamente politico segue una negoziazione permanente amministrativa di corpi governamentali e networks of governance: la destituzione della sovranità dal centro del topos moderno della politica trova compimento nella proliferazione di nodi di potere, di configurazioni di sapere, di forme di gestione (management), di effetti efficaci di esercizi di autorità (benché legittimata in output) il cui risultato infine sottrae visibilità alla posta della politica per riterritorializzarla entro un ambito amministrativo ove svaniscono imputazioni di responsabilità e opportunità di controllo pubblico. La sua pratica discorsiva, infatti, è legata a questioni di «soluzione e di regolazione», come se la funzione governamentale del controllo degli eventi sia, in un certo senso «depoliticizzata», ossia non direttamente espressione di «interessi conflittuali, di strategie e rapporti di potere»[18].  L’avvertimento inquietante di Adorno, che ribaltava la speranza marxiana di una umanità semplicemente amministrata perché priva di centri di potere, trova nel presente una conferma dispersa nell’anonimato indistinto di una governance promossa da una nebulosa di attori in un quadro altrettanto vago di titolarità di autorità legittima. Da una parte, così, l’azione governamentale della governance diviene «una attività di problematizzazione: presenta le obbligazioni proposte dall’elite dominante sotto forma dei problemi che essi si sforzano di affrontare»[19], riducendo la scelta politica come atto sovrano a semplice funzione di programma. Dall’altra parte, comunque, sebbene il materiale da governare sia altamente complesso da non poter essere epistemicamente ridotto ad equazione lineare, la statualità contemporanea recupera quella forza resa porosa dall’indebolimento di sovranità attraverso procedure stringenti e cogenti in cui la differenza anarchica su scala planetaria viene ritrascritta in termini strettamente duali (noi e loro, per intenderci, con un imbarazzante ritorno ai classici greci e romani, Platone sopra tutti), con l’effetto, non saprei quanto involontario, di istituire una «governance liberale globale come un continuo stato di emergenza, piuttosto che di eccezione», in cui nascono «alcune forme di soggezione, di disciplina e di coazione», ma altresì una tendenza a «ridurre la politics a policing»[20].           Nell’era neoliberale, questa tecnologia politica, ove riscontriamo una reciprocità di posizioni reversibili di atti di governo (sovrano) e attività di governance governamentale, si precisa nettamente nella dimensione sicuritaria della sua biopolitica postdisciplinare, in cui la cura erga omnes et singulatim si proietta attraverso un assemblaggio di tecniche di controllo e sorveglianza a distanza sempre più raffinate quanto a precisione. «In questa immensa, plurale e complessa impresa, la governance liberale globale segna una notevole intensificazione ed estensione, attraverso forme liberale id potere, di quella che Foucault denominava la “grande economia del potere”. […] La governance liberale globale persegue l’amministrazione della vita e la gestione delle popolazione attraverso il dispiegamento di tecniche biopolitiche di potere»[21]. Infatti i nuovi dispositivi configurano insieme una trama altamente tecnologizzata, un dispiegamento di norme sovente sottratte al controllo parlamentare e affidate a esperti, funzionari pubblici, euroburocrati e giuristi, un sapere connesso direttamente alla individualizzazione degli apparati e delle funzioni di sorveglianza, una politica mediatizzata che si incarica di instillare un sentimento di insicurezza diffuso tale da invocare sempre più drastiche misure sicuritarie, tanto nei confronti di coloro che vengono individuati come nemici esterni, quanto nei confronti di coloro che vengono opportunisticmaente etichettati come minaccia interna[22]. Satelliti, telecamere a circuito chiuso, radio frequency identifier, microtag sottocutanei, apparecchi di riconoscimento biometrico, software di intercettazione di media comunicativi (dai cellulari alle e-mail, da Echelon a Carnivore), gigantesche banche-dati che memorizzano migliaia di segni relativi ad abitudini individuali, a gusti singolari, a usi consumistici, a fattori identitari, ad occasioni di mobilità, a familiarità patologiche, accessibili e vendibili secondo criteri elusi alla visibilità pubblica: ecco le tracce di un immenso dispositivo biosicuritario che oggi connota la tecnologia governamentale veicolata da una anonima strategia di governance planetaria che si riverbera su scala regionale e locale.           Dispositivi sicuritari e politiche di immunizzazione convergono pertanto nel delineare l’orizzonte del presente, la crifra della contemporaneità, tanto se lette attraverso la genealogia foucaultiana della sicurezza come spazio di intersezione tra liberalismo e governamentalità, in cui la libertà è condizione di sicurezza[23], quanto se lette attraverso la cornice di riferimento delle politiche di governance planetaria che oggi insistono nella ripresa rinvigorita e “incattivita” dello scambio hobbesiano libertà/sicurezza, oltretutto declinato in chiave prevalentemente militare. Da questa prospettiva, la fragilità esibita dagli stati consolidati di democrazia politica, perforati nella loro qualità sovrana, testimonia l’ingresso già avvenuto in quei regimi di post-democrazia che altrove, e in lingua ispanica, si è voluto definire incisivamente con la crasi terminologica di democratura, ossia un mix inedito di democrazia e autoritarismo (ai limiti della dittatura vera e propria, come gli eredi del caudillismo caraibico e del peronismo populista latino-americano) che proprio sul versante della sicurezza impone un sacrificio in cambio di una fungibilità efficiente (neo)liberale di governo della società. La diluizione del diritto nella governance contemporanea, affiancato da formazioni normative di natura privata, recupera con volti inediti, ma al contempo prolunga in un percorso già avviato da tempo, le tattiche di governamentalità che innovavano saperi giuridici ereditati sotto rigidità non più compatibili con la effervescenza di una società liberale che cominciava ad erodere i margini di un potere sovrano e cristallizzato. Gli organismi di controllo e di armonizzazione ne sono gli esiti più visibili, intrecciando e intersecando al tempo stesso spazi giuridici un tempo distinti, non solo ponendo nuove verticalità, ma anche collocandosi in una dimensione di orizzontalità trasversale. Le tecnologie di omogeneizzazione si pongono l’intento di normare nuove sfere di governance: «pertanto la disciplina neoliberale internalizza e al contempo diffonde una razionalità transnazionale di governance nell’ordinamento domestico, che a sua volta diviene la forza cogente della logica di una cultura di mercato transnazionale»[24].           La “detronizzazione” dell’autorità legittima nell’esercizio di un potere codificato non è solo questione di concentrazione assoluta in uniche mani cui segue una frammentazione auspicabilmente coerente in base a competenze funzionali e a prerogative successivamente armonizzate e costituzionalizzate; si tratta invece di nuovi saperi i cui effetti di empowerment sfuggono alla riconduzione ad unità sia pure composita e plurale dell’autorità costituita; si tratta di nuove dimensioni territoriali, incrociate con l’emergenza di global issues, che invocano spazi di deliberazione sovranazionali con implicazioni notevoli sulla gerarchia verticale di sovranità eguali de jure ma non de facto; si tratta di nuovi attori con capacità di giocare ruoli politici a livelli decisionali un tempo confinabili su scala locale ma con catena di responsabilità incerta sia in relazione alla legittimità di accedere ai luoghi deliberativi, sia in relazione al controllo esercitabile dal pubblico (opinione pubblica e corpo elettorale). Le risposte a tali novità politiche sono tattiche governamentali che combinano sia metodi governativi, sia percorsi di governance nell’intento di mantenere l’esercizio del potere diffuso su un metalivello decisionale che mimi, in un certo senso, un surrogato di sovranità sia pure diluita e frammista quanto ad attori titolari di autorità effettiva, ricombinando altrimenti il nesso sovrano risorse-popolazione-territori. «A una logica che integra autorità, distanza, maestà, gerarchia, si contrapporrebbe allora, in maniera altrettanto idealtipica, una logica che integra partenariato, prossimità, animazione, rete»[25].           Proprio la sfida di questo “altrimenti” motiva l’incerta contingenza del rischio politico incombente sul terromoto delle sovranità in atto, invocando l’urgenza della sicurezza, scatenata dalla delicata operazione di transizione ad un ordine nuovo su scala planetaria, non solo come tattica di intimidazione nel gioco conflittuale tra élites in cerca di predominio, ma soprattutto come terreno e orizzonte al cui interno riposizionare le risorse simboliche da investire e capitalizzare, i beni materiali e immateriali di cui disporre come moneta da accumulare e spendere, le popolazioni da reintegrare nel Big Gamble con cui si ridisegna la mappa geopolitica del potere globale, i territori da risolcare con nuovi confini sui quali esercitare nuove forme di sovranità piegate a tali esigenze di governo. Governance e governamentalità si congiungono così infine come nuovi termini espressivi di una razionalizzazione di una politica a venire che conoscerà lemmi e nomi differenti che ricostruiranno la fisionomia di un volto noto perché consegnato alllo stato sovrano, riaffidando l’esercizio del potere a ciò di cui oggi possiamo narrare solamente frammenti precari. (25.5.2007)


[1] Cfr. Michael Dillon, Governing through Contingency: The Security of Biopolitical Governance, “Political Geography”, XX, n. 1, 2006, pp. 1-7.[2] Nikolas Rose, Peter Miller, Political Power Beyond the State: Problematics of Government, “The British Journal of Sociology”, XLIII, n. 2, June 1992, p. 184. Il riferimento è a Bruno Latour, Scienza in azione, Comunità, Torino, 1998, ma anche a Michel Callon, Bruno Latour, Unscrewing the Big Leviathan, in Karin Knorr Cetina, Aaron Cicourel (Eds.), Advances in Social Theory and Methodology, Routledge, Boston, 1981.

[3] A titolo di esempio, e tra i numerosi luoghi e articoli che li declinano congiuntamente, segnaliamo il n. 10 (primavera 2005) della rivista virtuale “Rhizomes” in cui compaiono diversi interventi sul tema unico della Neo-Liberal Governmentality: Technologies of the Self & Governmental Conduct. Per una introduzione e presentazione, cfr. Hai Ren, Modes of Governance in Neo-Liberal Capitalism, www.rhizomes.net.

[4] James N. Rosenau, Governance, Order, and Change in World Politics, in J. N. Rosenau, E. O. Czempiel (Eds.), Governance without Government, Cambridge UP, Cambridge, 1992, p. 4.

[5] Commission on Global Governance,  Our Global Neighborhood, Oxford UP, New York, 1995, pp. 2-3.

[6] Rispettivamente, James N. Rosenau, op. cit., p. 4 e James N. Rosenau, Governance in a New Global Order, in D. Held, A. McGrew (Eds.), Governing Globalization: Power, Authority, and Global Governance, Polity Press, Cambridge, 2002, p. 81. Per un esame panoramico, cfr. Antonino Palumbo, Salvo Vaccaro (a cura di), Governance. Teorie, principi, modelli, pratiche nell’era globale, Mimesis, Milano, 2007.

[7] Michel Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione. Corso al Collège de France (1977-78), Feltrinelli, Milano, 2005, p. 88. E poco oltre: «questa governamentalità, che è al contempo interna ed esterna allo stato […] va compresa a partire dalle tattiche generali della governamentalità» (p. 89). 

[8] Michel Foucault, Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-79), Feltrinelli, Milano, 2005, p. 37.

[9] William Connolly, The Ethos of Pluralization, The University of Minneapolis Press, Minneapolis, p. 2.

[10] Jean-François Thibault, As if the World Were a Virtual Global Policy: the Political Philosophy of Global Governance, www.theglobalsite.ac.uk, 2001.

[11] Marc G. Doucet, Standing Nowhere (?): Navigating the Third Route on the Question of Foundation in International Theory, “millennium”, XXVIII, 1999, n. 2, p. 307.

[12] Claude Lefort, La complicazione, Eleuthera, Milano, 2000, p. 202.

[13] Mark Bevir, The Construction of Governance, p. 17 del dattiloscritto originario, ora in Mark Bevir, Frank Trentmann (Eds.), Governance, Consumers, and Citizens, Palgrave Macmillan,  Basingstoke, 2007. Cfr. anche André Munro, Following the Market: Rational Choice Theory and the Neo-Liberal Governmentality, paper presentato alla conferenza “20 Years after Foucault” presso la New School University il 16 aprile 2004.

[14] Nancy Fraser, From Discipline to Flexibilization? Rereading Foucault in the Shadow of Globalization, “Constellations”, X, n. 2, 2003, rispettivamente p. 168, p. 164 e p. 169. Cfr. a seguire, Thomas Lemke, Comment on Nancy Fraser, pp. 172-179. Dello stesso altresì Foucault, Governmentality, and Critique (2000) e il recente An Indigestible Meal? Foucault, Governmentality and State Theory (2007). Ringrazio in particolare Thomas Lemke per avermi consentito una lettura in anteprima di questo suo ultimo lavoro.

[15] Wendy Larner, Neo-liberalism: Policy, Ideology, Governmentality, “Studies in Political Economy”, LXIII, 2000, p. 11. Cfr. più in generale, Alan Berry et al. (Eds.), Foucault and Political Reason, The University of Chicago Press, Chicago, 1996; Nikolas Rose, Powers of Freedom, Cambridge U. P., Cambridge, 1999; Mitchell Dean, Governmentality, Sage, London, 1999.

[16] Michel Senellart, La question de l’Etat de droit chez Foucault, conferenza tenuta alll’Università di Palermo il 9 giugno 2007, p. 14. Il riferimento foucaultiano è ovviamente costituito dai due corsi Sicurezza, territorio, popolazione e Nascita della biopolitica.

[17] Nikolas Rose, Peter Miller, op. cit., pp. 188-189.

[18] Ulrich Brand, Order and Formation, p. 9, paper presentato al Workshop Amerang (1-3 novembre 2003) promosso dal Critical Perspectives on Global Governance (www.cpogg.org). Cfr. inoltre Peter Triantafillou, Conceiving “Network Governance”: the Potential of the Concepts of Governmentality and Normalization, working paper 2004/4, Centre for Democratic Network Governance, Roskilde, May 2004.

[19] Nikolas Rose, Peter Miller, op. cit., p. 181.

[20] Rispettivamente, Michael Dillon, Julian Reid, Global Governance, Liberal Peace, and Complex Emergency, “Alternatives”, XXV, n. 1, gen-mar 2000, p. 128; Michael Dillon, Criminalizing Social and Political Violence Internationally, “Millennium”, XXVII, 1998, n. 3, p. 545. Cfr. Rasa Ostrauskaite, The Radical Ambivalence of “Global Liberal Governance”, “E-journal”, may 2002.

[21] Michael Dillon, Julian Reid, Global Liberal Governance, Biopolitics, Security, and War, “Millennium”, XXX, 2001, n. 1, p. 41 e p. 46.

[22] Mi sia consentito rinviare al III capitolo di Biopolitica e disciplina, Mimesis, Milano, 2005.

[23] Cfr. Colin Gordon, Governemental Rationality: An Introduction, in Graham Burchell et al. (Eds.), The Foucault Effect. Studies in Governmentality, Harvester Wheatsheaf, Hemel Hemspead, 1991, p. 19. Cfr. Simon Gunn, From Hegemony to Governmentality: Changing Conceptions of Power in Social History, “Journal of Social History”, Spring 2006, pp. 705-720.

[24] Jarrod Wiener, Globalization and Disciplinary Neoliberal Governance, “Constellations”, XVIII, n. 4, 2001, p. 470.

[25] John Crowley, Usages de la gouvernance et de la gouvernementalité, “Critique internationale”, n. 21, ottobre 2003, p. 57. Cfr. anche Jonathan Joseph, Neo-Liberalism, Governmentality and Social Regulation, paper presentato al SAID Workshop del 17 aprile 2007, pp. 1-14.

2 Risposte a “Governance e governamentalità”

  1. martimr detto

    Matteo scrive (29.5.07)
    Ho studiato il documento di Salvo Vaccaro che mi ha interessato molto. Lungi dal poter rispondere con altrettanta padronanza della materia, ma non completamente digiuno di nozioni di filosofia politica e affini, vorrei brevemente commentare il testo con le parole di un semplice cittadino.

    Il Sistema globale contemporaneo è forse la costruzione più complessa mai edificata dall’uomo. Talmente complessa e permeante ogni livello della vita (politica, economia, società, religione, stili di vita, cultura, rapporti interpersonali, rapporti internazionali, sistemi locali regionali e nazionali, dinamiche trasversali, glocalizzazione, ecc. ecc. ecc.) da insinuare il dubbio che il costruttore abbia perso di vista la stessa costruzione.
    Se a gran parte degli abitanti del mondo sfugge la quasi totalità del funzionamento del Sistema, tra i popoli africani, certo, ma anche tra i più istruiti dirigenti d’impresa occidentali, mi piace pensare che ci sia un pugno di anonimi Potenti che conoscono e dirigono tutto il meccanismo secondo ben definiti obiettivi. Se così non fosse, saremmo alla deriva: il mondo sarebbe una sorta di autotreno lanciato all’impazzata su un’autostrada mentre il conducente è rimasto all’autogrill a sorseggiare una cocacola e a inghiottire un muffin.

    E forse questo scenario apocalittico non si discosta troppo dalla realtà, a meno che, ripeto, non si nasconda in qualche castello della Normandia una lobby delle lobby che tutto sa e tutto comanda.

    Non mi si venga a dire che il capitalismo governa il mondo. il capitalismo non governa il mondo, ma è sufficientemente flessibile da poterlo gestire già da un paio di secoli e continuare a farlo per qualche altra decina di anni. chi è il capitalismo? chi sono i capitalisti? esiste forse oggi un sistema alternativo a quello liberista? intendo dire, esiste un sistema che non abbia le ore contate alternativo a quello esistente?

    Nel documento del Prof. Vaccaro si afferma di sì. Ma i toni appaiono di scetticismo e pessimismo. A ragione, secondo me. Il Sistema è stato talmente flessibile da abbracciarci con tutto sé stesso trasportandoci tra le sue spire verso un futuro magnifico e terribile. Ubriachi di razionalità e buona fede nel progresso, abbiamo lasciato fare a chi già stava facendo. Il confort, il progresso, la tecnologia, la ricchezza, dipingono un futuro a dir poco attraente. ma a quale costo? (segnando tutto sul conto dell’Africa, o del Sud-America). ma poi, con che probabilità raggiungeremo tutti, e ripeto: tutti, lo status di ricco borghese di città che il capitalismo ci sventola davanti come specchietto per le allodole? nessuna. secondo me, nessuna.

    capita allora, nelle epoche e nei luoghi diversi, che alcuni strati di popolazione si risveglino dal torpore e cominciano a rivendicare un ambiguo diritto di partecipazione.
    Il Sistema li accontenta, come spiega il Prof. Vaccaro parlando di “sapere governamentali” (pag 4), ma nel pacchetto include “organismi di controllo e armonizzazione” (pag 8). Con una mossa astuta ottiene la botte piena e la moglie ubriaca: mantiene il controllo globale (cioè politico, economico, sociale, ecc.) e accontenta i contestatori.

    i contestatori, ha capito il Sistema, piuttosto che combatterli è meglio coccolarli e riportarli nel gregge dei consumatori. e consumando consumando ne segue ogni singolo passo (pag 7) imparando molte cose su di loro e su metodi più discreti di controllo.

    controllo, poi, è un eufemismo. non c’è nulla da controllare. è tutto già prestabilito. non è la domanda a regolare l’offerta, ma l’esatto contrario.

    si pensi ai business di oggi: impianti energetici alternativi, prodotti biologici, falsi progetti di eco-sostenibilità (piantare un albero per tot particelle di CO2 emesse….. la soluzione è non emettere CO2, prevenire è meglio che curare, si dice!) corsi di medicina olistica e filosofia orientale, il feng-shui e tutte le altre truffe ai danni del cittadino che pensa in tal modo di lasciarsi alle spalle l’impostazione occidentale per unire il proprio microcosmo interiore al macrocosmo tutto intorno, ma rientrando solo in un altro settore dell’inquadramento globale (Vaccaro parla (pag 7) di tecniche biopolitiche di potere) e continuando a consumare e ad ingrassare i maeccanismi del Sistema.
    Un vicolo cieco, insomma. una strada tutta diritta che porta proprio in fondo all’abisso ma che offre la possibilità a chi la percorre di aprire molte vie parallele… che terminano, infine, tutte dentro lo stesso abisso.
    Eppure voglio essere ottimista. una soluzione alternativa ci deve essere. e se non c’è è il momento di crearla.
    Sto scoprendo che l’unica alternativa sia tornare indietro molti passi, sino al bivio (la nascita del sistema neoliberista globale) che ci ha condotto per questa strada. una volta tornati indietro, non senza faticose rinunce (in termini di consumi), potremmo forse asfaltare una nuova via.

    Il Prof. Vaccaro ha giustamente sottolineato il grande bluff contemporaneo. aggiungo, modestamente, che sarebbe possibile, anzi è necessaria, pena la fine del mondo, un’alternativa.

    Rifiuto il liberismo e la democrazia, rifiuto lo stile di vita globale, rifiuto il Sistema del ricco sempre più ricco perchè rende il povero sempre più povero, rifiuto la pubblicità subdola di un Sistema che promette benessere e invece ti sta vendendo confort e diritti in cambio di lucro e potere. rifiuto il sistema del “guadagnare il più possibile spendendo il meno possibile”. non è eclissato il sistema dipindo da Marx, si è solo evoluto. e talmente tanto che è più possbile riuscire a inquadrarlo in un solo libro.

    Il mondo è complicato. semplifichiamolo!

  2. martimr detto

    Eliana scrive: (1.6.07)
    Partecipo a questo interessante confronto giusto con qualche osservazione.
    Intanto mi fa un gran piacere che un giovane, come Matteo, sia così sensibile e così a dentro, con tutta la sua gioventù, a certi meccanismi sociali e che imbastisca un messaggio di spessore teorico ed emotivo non indifferente. Mi consola: si vede che il mondo della formazione, di cui faccio parte, almeno qualche volta ottiene risultati significativi… forse qualche motivazione all’analisi ed all’impegno riesce a trasmetterli, nonostante tutto! E’ un conforto, nel senso di quel cambiamento auspicato proprio da Matteo! Per quanto riguarda il paper di Salvo: ho il piacere di conoscerlo e di ascoltarlo sovente. Ne apprezzo le riflessioni anche se ho qualche difficoltà a condividerle, così come non mi sento di condividere il deprezzamento della democrazia che traspare dal messaggio di Matteo.
    Penso, piuttosto, che le forme di democrazia attuali siano forme anomale e spurie che hanno i tratti di democrazie a liberalismo avanzato e non di democrazie strictu sensu. Qui occorrerebbe aprire una lunga riflessione supportata anche dall’analisi diacronica dei fatti storici almeno degli ultimi due secoli. Non mi sembra questa la sede adatta.
    Mi preme molto, cogliere e porre l’accento sull’idea di creare un blog da alimentare e far crescere con i contributi di ognuno. Sono tutti utili! Ritengo che la ricostruzione di quella realtà complessa e globalizzata che Matteo percepisce e butta giù con passione giovanile, possa e debba essere avvicinata con apporti teorici e operativi che crescono in funzione del confronto e dell’azione che ognuno di noi può esercitare. Si tratta, a mio avviso, di congiungere e vivificare i diversi punti di vista e i diversi metodi di approccio teorico e pratico. E ritengo, altresì, che l’UCC debba avvalersi di un’analisi a 360 gradi in cui ognuno possa esprimersi e collocarsi. Un cambiamento nasce solo così: non ci sono vie chiare e scontate per nessuno.
    Non credo si possa o si debba tornare indietro (non si danno esempi reali nell’evoluzione storica in tal senso) ci si trasforma , che è cosa diversa. Trovare delle strade di trasformazione degne di senso e di spessore valoriale umano è giusto quello che dovremmo fare e che stiamo tentando.

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