Sulla premessa teorica dell’UCC
Pubblicato da UCC su 9 Maggio, 2007
Mi pare che ci sia, nell’impostazione teorica del documento “La rete UCC”, una fiducia molto marcata nei confronti delle comunità locali, oggetto di conoscenza privilegiato e soggetto trasformativo, leva fondamentale di un processo di cambiamento alternativo allo status quo. A mio avviso la riflessione sulla nostra attuale società e, conseguentemente, la formulazione di proposte operative non possono non tenere conto del ruolo dello Stato (nelle sue articolazioni centrali e locali) quale agente positivo di condivisione della conoscenza e di programmazione di iniziative di sviluppo.
Naturalmente non dico che nel documento UCC non ci sia una considerazione della dimensione stauale e sovrastatuale (Osservatorio europa), ma ritengo che sul piano teorico ci sia una valutazione eccessivamente ottimistica circa le virtù della “società civile” , intesa nel senso delle forze economiche e sociale (imprese profit e non profit, associazionismo etc.) che operano al di fuori delle Stato.
Rispetto a ciò penso che tali forze operando nel mercato non possono realizzare una cooperazione di saperi finalizzata al bene comune, perché la cooperazione che si svolge nel mercato è una cooperazione tra soggetti che sono mossi dal perseguimento del proprio fine utilitaristico, la vendita di beni e servizi, anche quando il contenuto di questi beni e servizi abbia una valenza etica e politica (es. i cosiddetti beni relazionali: servizi alla persona, assistenza; il commercio equo e solidale). In sostanza, tutte le organizzazioni che operano nel mercato devono necessariamente subordinare il perseguimento dei propri obiettivi – quando essi non coincidono con il mero profitto – alla vendita dei beni e servizi che producono, per evitare la fine stessa dell’organizzazione: condividendo gratuitamente il proprio sapere sia in termini di prodotto, sia in termini di know how dell’organizzazione, rischierebbero di fallire!
L’utilità collettiva nel mercato si realizza ex post, a seguito della vendita dei beni e servizi prodotti, il cui acquisto da parte di qualcuno ne sancisce il valore sociale. Dunque l’utilità sociale nel mercato è determinata dal fatto che qualcuno compra quello che qualcun altro ha da vendere (si può trattare anche soltanto della mera forza lavoro). Il contenuto del bene/servizio che si vuole mettere a disposizione della società, dipende dalla presenza nella società di un bisogno solvibile (che paga un corrispettivo in denaro) di quel bene/servizio. Immaginare la possibilità di scambiare e condividere un bene come la conoscenza in modo libero, mediante l’aggregazione spontanea di individui che cooperano fissando ex ante finalità conoscitive/scientifiche e obiettivi relativi allo sviluppo sostenibile, presuppone una diversa struttura sociale, nella quale le persone scambiano i prodotti del loro lavoro direttamente, senza la mediazione del denaro, senza il vincolo di subordinare il contenuto della propria attività alla necessità di dover vendere la propria forza lavoro, i propri prodotti, al fine di ottenere un reddito per vivere.
Tali considerazioni, si ricollegano allo statuto del lavoro, che, ponendosi nella nostra società nella forma di merce, ossia quale attività che non è direttamente rivolta al soddisfacimento dei bisogni materiali, intellettuali e morali del suo possessore (il lavoratore salariato), ma è espletata in cambio di un corrispettivo monetario al fine di consentire la riproduzione dell’individuo e della sua forza lavoro, non si dà come attività che pone in relazione persone che cooperano liberamente, sciolti dal vincolo del bisogno, per perseguire fine comuni. In questo senso non fa differenza che si tratti di lavoro operaio o di lavoro intellettuale: sempre di lavoro salariato e mercificato si tratta!).
Di contro, nello scenario attuale, il soggetto che a mio avviso è in grado meglio di altri di mettere in campo interventi fondati sulla condivisione (gratuita) della conoscenza e sulla programmazione a lungo termine di processi di sviluppo fondati sui principi dell’UCC: solidarietà, equità, …è lo Stato, il soggetto pubblico, dal momento che non è vincolato dalla necessità di vendere quello che produce, o quanto meno non è stretto da esigenze di redditività a breve termine.
In realtà in questa fase storica solo potenzialmente lo Stato è in grado di svolgere tale ruolo, dal momento che le politiche europee sono improntate alla riduzione della spesa pubblica e al principio del pareggio del bilancio. Motivo per il quale, a mio giudizio una riflessione approfondita andrebbe fatta sulla possibilità di elaborare politiche economiche alternative a Bruxelles che recuperino la dimensione statuale e ripropongano forme aggiornate di intervento pubblico nell’economia (su questo ricordo il recente manifesto di alcuni economisti italiani contro l’ineluttabilità e la fondatezza teorica delle ricette di Maastricht).
Queste riflessioni valgono a maggior ragione se condividiamo la definizione che di conoscenza viene data nel documento UCC, ossia “quella capacità critica ed analitica in grado di contestualizzare le varie situazioni che richiedono una decisione” (questa definizione è molto simile al concetto aristotelico di Phronēsis…..). Ebbene, quale altro soggetto, se non un soggetto pubblico può farsi promotore della partecipazione attiva delle comunità locale al fine di programmare, sulla base di una conoscenza approfondita del territorio, interventi a favore del bene comune, superando il carattere mercificato della conoscenza, carattere che inesorabilmente la contraddistingue laddove gli individui operano solo nel mercato? Mi pare che sia difficile trovare soggetti diversi dallo Stato in grado di finanziare attività che non necessariamente devono essere messe in vendita: pensiamo storicamente al ruolo della scuola pubblica, della sanità pubblica, ma anche ad ogni iniziativa pubblica che può essere messa in campo a livello locale rispondendo ad obiettivi che non sono di profitto (pensiamo alle Aziende partecipate, pensiamo ad un uso diverso – da quello clientelare – dei lavori socialmente utili……).
So bene che si tratta di temi che vanno approfonditi, e che non ci sono delle risposte preconfezionate, ma il problema è che l’attuale indirizzo di ricerca relativo alle questioni appena sollevate, anche a sinistra tende a demonizzare lo Stato, il pubblico, e a considerare quale unico vettore di forme di socialità alternativa l’impresa, sia essa non profit o espressione della cosiddetta imprenditorialità intellettuale (un filone di studi che deriva dal concetto marxiano di general intellect), che nella società della conoscenza – a giudizio di alcuni studiosi- pare poter disporre di livelli di autonomia e di libertà sconosciuti nelle fasi precedenti del capitalismo (un’area di ricerca che va da Toni Negri ad Aldo Bonomi).
Le riflessioni svolte sinteticamente sopra hanno un riflesso significativo anche sugli obiettivi e sulla struttura di un’organizzazione come l’UCC, dal momento che essa intende configurarsi come un soggetto portatore di istanze politiche e sociali (la condivisione della conoscenza), ma al contempo deve risolvere il problema di come rendere disponibile il prodotto che vuole fornire alla società in termini di servizio (i servizi alle comunità locali).
In questo senso le persone che compongono la rete di UCC non si sottraggono alle leggi che governano la nostra società, per cui un impegno significativo dedicato al perseguimento degli obiettivi dell’Università, attraverso la partecipazione alle attività previste (gli osservatori) deve fare i conti con la disponibilità di tempo di ciascuno, e con il fatto che il tempo non mercificato è una componente residuale nella vita di ciascuno, tranne per chi è in pensione o è uno studente.
Per costituire un’organizzazione fondata sul lavoro non mercificato occorre uno sforzo individuale in grado di trascendere la forma dei rapporti sociali in cui siamo immersi, che sono mercificati (il lavoro salariato). Tuttavia è difficile che nel tempo un’organizzazione del genere, fondata sull’appello alla volontà dei singoli, possa autosostenersi.
Con questo contributo vorrei vedere l’UCC collocarsi nel contesto sociale che si propone di osservare, come organizzazione fatta di persone soggette ai vincoli delle relazioni sociali dominanti: l’osservatore è parte del sistema osservato, ogni istanza di trasformazione non può fare a meno di valutare quali siano le condizioni strutturali all’interno delle quali l’azione di cambiamento può essere messa in atto.
Roma, 9.5.2007
martimr detto
Muzio scrive:
Trovo in gran parte condivisibile quanto hai detto, fra l’altro, con il pregio di essere stato sintetico ed efficace nell’evidenziare le connessioni fra vari concetti. Se vuoi, nel documento dell’UCC, quanto tu hai detto sull’utilità collettiva nel mercato sarebbe racchiuso nella prima frase dove si parla di “scelta ideologica di Maastricht”.
Quella scelta che affonda le radici nelle dottrine neoliberiste promosse da Reagan e dalla Teatcher, ha uno dei suoi cardini nella distruzione del ruolo dello Stato che tu invece auspichi. Dirò di più ( ed ho cercato di dirlo in “l’Europa sostenibile”, pur se con i toni soft impostimi dai miei obblighi nei confronti dell’Istituzione che avevo appena lasciato): con Maastricht, i cittadini di varie nazioni Europee sono stati scippati, nei fatti, di quel patto che era alla base dello Stato che la nostra generazione ha conosciuto.
In particolare i cittadini italiani che, per le particolari vicende storiche, avevano dato vita ad una costituzione più aperta ai principi della solidarietà e dell’uguaglianza, sono stati quelli che hanno subito le deviazioni più stravolgenti.
Personalmente, questo scippo l’ho vissuto dentro l’istituzione cui tu adesso fai riferimento perché ripristini lo Stato in cui entrambi crediamo. Ebbene, ti assicuro che la battaglia interna all’Istituzione per resistere a questo scippo è durata dal 1993 al 2003, nell’assoluta ignoranza dei cittadini dei vari paesi. Ricorderai che in quegli anni fu lanciata una poderosa campagna contro gli euroburocrati di Bruxelles. Pur trattandosi di una pubblica amministrazione, non si poté gridare né all’inefficienza ed allora si attaccò l’eccessiva produzione di direttive, né alla corruzione e si trovò lo stesso il coraggio di scandalizzarsi per una commissaria (una politica e non una funzionaria) che aveva fatto un contratto di consulente al suo dentista e per lo stock di alcolici (con un tetto di 40€ all’anno) che i funzionari potevano acquistare in esenzione di tasse.
Questa campagna, che si accompagnava a tutta una serie di vessazioni interne, ha avuto lo scopo di alienare ai funzionari europei le simpatie dell’opinione pubblica. Lo scopo era proprio quello di togliere loro ogni spazio per potere denunciare quello che stava succedendo. L’ultimo atto di questa guerra lo ha concluso la presidenza Prodi con la riforma della funzione pubblica europea che ha fatto del funzionario europeo il funzionario più ricattabile in Europa dal potere politico. Prodi non sarebbe mai diventato presidente della Commissione se non avesse incluso questo obiettivo nel suo programma. Non dimentichiamo che il Presidente della Commissione non è eletto democraticamente e che quindi non sono i poteri democratici che fanno queste scelte.
Intendo dire che Bruxelles, adesso, è saldamente in mano ai poteri forti e che non credo che questi spontaneamente saranno disponibili a discutere un ritorno allo Stato come tu vorresti. Posso assicurarti che i poteri forti perseguono i propri interessi con la ferocia necessaria al punto che spesso mi sono trovato a dire che, in fondo, non c’è differenza con la mafia. Ci sono infatti mille modi di uccidere una persona: le infamie, le calunnie, il mobbing, l’istigazione al suicidio e, se tutto questo non bastasse, anche l’omicidio. Credo di non sentirmi in grado di contestare la persona che dichiarasse che Bruxelles ha conosciuto tutte queste esperienze.
Sono poi d’accordo con te nel ritenere che lo Stato sia l’istituzione più adeguata a promuovere interventi a favore del bene comune. Il problema è quindi come invertire la tendenza e come favorire il ripristino di quello Stato. E qui possono nascere delle divergenze d’opinione a seconda della percezione che abbiamo della INELUTTABILITÀ del processo di distruzione dello Stato in atto. Se considero che si tratta di processi democratici e che basti invertire la tendenza dell’opinione pubblica allora mi batto perché a Bruxelles cambino le cose. Se invece considero che ormai per le prossime due generazioni lo Stato varrà sempre meno, allora – pur non facendo mancare il mio sostegno a chi crede ancora nel cambiamento da Bruxelles – debbo escogitare qualcosa per preservare la memoria storica di ciò che potrebbe essere lo Stato e, al tempo stesso, per creare le premesse di un riscatto dello Stato nelle future generazioni.
Infine, a proposito dei “livelli di autonomia e di libertà” cui darebbe accesso la società della conoscenza, posso dirti in base alla mia esperienza che qualcosa di vero c’è. Grazie ai funzionari olandesi ed inglesi e, successivamente, a quelli dei paesi nordici, le Istituzioni europee sono un ambiente di lavoro che ha sempre riprodotto immediatamente al suo interno le esperienze che si andavano maturando negli Stati Uniti.
Personalmente ho potuto sperimentare questi livelli di autonomia e di libertà. Ma posso anche testimoniare che si accompagnano a due aspetti critici che li vanificano. Il primo è il clima di competizione cui queste innovazioni si accompagnano, che porta l’individuo ad arrecare enormi danni al bene comune a favore di un proprio tornaconto di breve respiro; il secondo è il controllo sociale (che esprime il controllo del potere forte) fortissimo che costringe e mortifica tale libertà. Detto questo, i vantaggi “umani” del dato positivo mi sembrano più importanti di quelli negativi che, volendo potrebbero essere rimossi da una volontà politica.
martimr detto
Scrive Muzio:
Vorrei provare a fare il punto sulla prossima sfida che la proposta UCC dovrà affrontare: il ”come fare”. Finora è stata data priorità al “cosa fare” ritenendo più pragmatico affrontare il “come fare” quando c’è già un accordo sui contenuti. Il punto da cui partire per il “come fare” potrebbe essere la percezione della reversibilità o meno dell’attuale processo di trasformazione dello Stato. Penso che chi prova interesse per la proposta UCC abbia la consapevolezza che c’è un rischio di irreversibilità dell’attuale processo. Non è difficile riscontrare come la generazione dei ventenni incontra già difficoltà ad ereditare il concetto di Stato auspicato da Tommaso e non mi sento di escludere che uno degli obiettivi del Festival di Trento sia di favorire l’orientamento dei giovani e dei genitori verso uno Stato soft.
Una prima domanda a cui rispondere potrebbe essere se, data la situazione, valga la pena di lavorare all’ipotesi pessimistica di un processo ormai irreversibile, anche se dovessero permanere speranze che la reversibilità sia ancora possibile. Non è difficile capire che, in assenza di certezze, la soluzione ottimistica attiri una grande maggioranza di consensi per il semplice fatto che è la meno angosciante. Ma c’è un dato ragionevole che spinge a sposare l’ipotesi pessimista.
Tutte le decisioni dei vertici mondiali che riguardano i tempi medio – lunghi danno il mercato libero come fuori discussione almeno sino al 2020. Il che vuol dire che per allora avremo almeno due generazioni che non avranno alcuna esperienza dello Stato interventista e ne avranno perduto la memoria storica. Se questo è il caso non si tratterebbe più di studiare delle soluzioni ma di organizzare la sopravvivenza dell’esperienza dello Stato che vorresti. Rimando all’immagine degli “uomini libro” del romanzo Fahrenheit451 di Ray Bradbury che mi viene a volte ricordato dai grandi schermi accesi nelle sale d’aspetto delle stazioni, nelle librerie e nei negozi ,.. (ma perché tutti propongono Canale 5? ). Di fronte al potere dominante che bruciava tutti i libri, alcuni uomini si rifugiano nella foresta ed imparano a memoria ciascuno un libro…. Non siamo alla soluzione, siamo alla sopravvivenza. Mi chiedevo, quando da giovanissimo ho letto il libro: ma perché non si ribellavano anziché rintanarsi nel bosco. Immagino che non si ribellassero perché avevano capito che “le leggi che governavano la loro società” avevano escluso ogni possibilità di cambiamento. Un altro punto da considerare è la determinazione dei poteri forti a mantenere la posizione acquisita, una determinazione disposta a fragilizzare l’individuo per mantenerne il controllo. Andrea Fumagalli adombrava questo dubbio e, personalmente, non mi sento di smentirlo se mi baso sull’esperienza nel mondo di lavoro da cui provengo.
Per fare un esempio, quando sono arrivato alla Commissione ciascun funzionario riceveva settimanalmente la rassegna stampa di tutti i giornali europei sui temi attinenti alle politiche comunitarie. Inoltre, per tradizione, la prima mezz’ora di lavoro del funzionario era dedicata alla lettura dei giornali. Quando sono partito, uno degli obiettivi più importanti del management era di ridurre a zero quel “tempo residuale” di cui parli. Anche quello che potevi ricavarti a casa. L’obiettivo era non dare il tempo di pensare specie nella fase in cui si stava facendo la riforma del personale. Un altro must del management di certi servizi era vessare a turno i sottoposti in modo da ritenersi fortunati quando non si era il capro espiatorio. Voglio dire che il nostro sistema non è innocente. Una terza considerazione riguarda lo scenario attuale: verosimilmente è quello il sistema si è appropriato dei gangli vitali della società e forse ha lasciato la gestione del locale ai rais locali per non stare a pagarne i costi. Allora, quando pongo l’attenzione sulle realtà locali non è perché io ponga in esse grande fiducia, ma perché forse lì c’è ancora un margine di libertà che altrove non c’è più. Quando penso al locale, non penso alla cosiddetta società civile, ma alle aziende locali, alle associazioni, alle scuole, alle amministrazioni comunali e dei parchi, sperando che almeno lì (proprio per la naturale inerzia ai cambiamenti) non si debba cominciare da sotto zero. E naturalmente non è che abbiamo tutto il tempo per farlo (sempre nell’ipotesi pessimista). Perché con il tempo il sistema nuovo si estende anche ai livelli locali. In sostanza, l’ipotesi sarebbe che la situazione è talmente critica e difficile da gestire che il posto da cui sarebbe più facile cominciare sono le realtà locali, nonostante tutto. Si tratta di ipotesi che sottopongo all’attenzione di tutti e che vanno verificate attraverso il lavoro degli osservatori. A volte penso che i giovani che scelgono la cooperazione siano motivati dalla stessa percezione: che ormai qui le cose sono così difficili da cambiare che al confronto la speranza di cambiamento è maggiore nei paesi poveri.
Infine la questione del tempo residuale. Come fa l’UCC ad autosostenersi poggiandosi solo sulla componente residuale della vita di ciascuno di noi?
Premetto che il problema si pone anche per chi è in pensione o è studente. Quest’ultimo, in realtà è talmente preso dalle angosce di un “non futuro” che non è più capace di uscire dallo slogan “future is now”. Quindi niente progetti, nemmeno a medio termine. I pensionati potrebbero essere una risorsa specie adesso che si liquidano tanti 50enni perché si riesce a trovare molti giovani che fanno molto più di loro ad un costo molto più basso. Ma non è vero nemmeno questo e ti faccio un esempio. Se io vado da un accademico a chiedere di impostarmi una problematica come hai fatto tu con il tuo contributo. Sai cosa mi risponde? Io posso darti solo quello che ho scritto e pubblicato finora, ma se tu vuoi che scriva qualcosa di nuovo, devi procurarmi un piccolo finanziamento per un programmino di ricerca (anche 3.000€ vanno bene) ed un colloquio pubblico per dare pubblicità alla cosa. Ti assicuro che questa è la risposta non solo di chi è ancora attivo ma anche di chi è in pensione (salvo il fatto che a lavoro finito non avrai la risposta richiesta perché immancabilmente le conclusioni contengono almeno altri tre temi di ricerca che devi finanziare, se vuoi avere la tua risposta). Naturalmente non è che ti dicano ciò in modo così brutale. Io finora non lo avevo capito. Me lo ha spiegato qualcuno del mestiere qualche settimana fa e non posso smentirlo perché non ho mai trovato, per le giornate del Mediterraneo o per altro, qualcuno (neanche fra i militanti della cosiddetta società civile) che abbia mai messo due righe utili una dietro l’altra. Anche alla Commissione ho avuto esperienze del genere che, per certi casi, rasentavano l’autolesionismo.
Comincio quindi a credere che non sia questione di tempo residuale disponibile ma di “stile di vita”.Altro esempio: ho due amici medici: un chirurgo ed un oncologo. Il primo ha optato per la professione in ospedale e privata. Se un paziente va da lui in ospedale, gli dedica mezz’ora (il tempo previsto dall’amministrazione). Se il paziente ritiene di avere bisogno di maggiori spiegazioni, lui è pronto a riceverlo nel suo studio a pagamento. L’oncologo invece è tutto ospedale. Quale dei due, una volta in pensione, ti sembra che possa aderire all’UCC?
Un’altra conferma mi viene dal fatto che, durante tutta l’esperienza dell’UCC, nessuno è mai venuto a dirmi: “Visto che tu metti tutto il tuo tempo lavorativo a disposizione dell’UCC, allora tu anziché questo dovresti fare quest’altro perché noi lo riteniamo più opportuno”. Intendo dire che nessuno è riuscito a vedere il mio tempo come un tempo che non mi appartenesse perché messo a disposizione del gruppo, come pure nessuno si è mai preoccupato a vedermelo sprecare in talune circostanze. Può essere segno che il gruppo UCC non è mai esistito, ma può anche essere segno di uno stile di vita frammentato ed improntato ormai all’individuo piuttosto che alla collettività e quindi di mancanza di percezione dei comportamenti di una collettività.I due fattori insieme (stile di vita e ottimistica lettura dei tempi) possono quindi costituire un grosso impedimento all’adesione all’UCC.
Strada senza uscita, quindi? Come fanno a venirne fuori persone soggette a “vincoli delle relazioni sociali dominanti” così vincolanti? Tutto dipende se vogliamo restarci o no. Se vogliamo illuderci che il nostro livello di benessere e di libertà/democrazia resterà a questi livelli o no.
Lì entra in gioco la sostenibilità. Se riteniamo questo sistema sostenibile, ci restiamo magari otturandoci il naso e cercando di restare a galla nelle migliori posizioni possibili. Se invece non lo riteniamo sostenibile, allora comunque dobbiamo fare la scelta: o perché il mondo ci crollerà addosso ed il nostro stile di vita cambierà imposto dalle circostanze; o perché saremo riusciti a cambiare il nostro stile di vita con qualche speranza in più di essere noi a sceglierlo.
L’ipotesi di lavoro su cui propongo di riflettere è quindi questa:
Supponiamo che l’UCC sia un piccolissimo stato che raccoglie le tasse e ridistribuisce in forma di servizi. [È evidente che se conferiamo un nostro contributo all’UCC rinunciamo alla nostra proprietà sul contributo (da qui il carattere anonimo di questi contributi di conoscenza)]. Una prima differenza è che le imposte in questo caso sono volontarie e dovremo quindi vegliare a mantenere alta la motivazione con il ritorno dell’appartenenza. Ciò ci obbliga ad essere altamente efficienti. Ora, poiché un’impresa riesce ad essere efficiente amministrando il contributo lavorativo dei suoi lavoratori, basterebbe che l’UCC si dia l’efficienza organizzativa di un’impresa. Ciò nonostante, il carattere volontario della prestazione resta un punto di debolezza. Lo Stato infatti impone le tasse con la legge e l’azienda impone la prestazione con il salario. L’UCC può contare soltanto sulla motivazione che può venire dall’adesione a dei valori etici e dalla consapevolezza che la strada attuale non è sostenibile. Potremmo poggiare la motivazione anche su altri fattori come il potere di influenza che una tale rete finirebbe per avere. Ma li considererei valori negativi perché sarebbero allettanti per chi cerca il potere o l’interesse economico e segnebbero prima o poi la fine dell’UCC. Non trascurerei invece i vantaggi che ci darebbero sul lavoro ordinario il fatto di avere un background culturale alternativo e con una elevata capacità di aggiornamento, o la capacità di gestire la complessità che si dovrebbe maturare nell’UCC. Possiamo anche aggiungere l’accesso più facilitato alla conoscenza e la gratificazione che si può ricevere dall’amicizia e dal livello di solidarietà che si sperimenta in una rete del genere? Per fortuna ancora non si riesce a monetarizzare questi valori, ma saremmo sciocchi a sottostimarli.
Supponiamo inoltre che il divario ricchi poveri si accentui enormemente nel prossimo decennio e che la frequenza dei passaggi da una categoria all’altra cresca anch’esso (sono tendenze reali negli Stati Uniti di cui vediamo i segni anche da noi). Inutile illudersi che i nostri salari non si incontreranno prima o poi con quelli cinesi e che ciò avverrà a metà strada. Ciò significa che aumentano i rischi di trovarci – almeno in una fase della nostra vita – veramente dall’altra parte. Una malattia, un divorzio, una vertenza giudiziaria, un insuccesso finanziario, un incidente professionale, la fragilità dell’età…. Se nella rete UCC abbiamo maturato la pratica di relazioni sociali “non monetarizzate”, forse anche questo può costituire un ritorno.
Concludo con un’immagine che mi porto dietro dal ’68 quando, per uno studente, avere la macchina era “borghese”. Tutti, nelle assemblee gridavano “abbasso la macchina” mentre fuori aula non si riusciva a trovare un posto per parcheggiare. Ciascuno aspettava che fosse lo Stato a frenare la diffusione delle automobili o a sfrattare le baronie dall’Università ma, nell’attesa, correva anche lui a farsi l’auto e a costruirsi la carriera leccando i piedi ai baroni. I leader del movimento di allora, oggi sono quasi tutti docenti universitari e la società che hanno prodotto è questa. La questione dello stile di vita, quindi, si pone. Provare per credere. Proviamo a condividere la conoscenza che abbiamo e vedremo che resistenze verranno da noi stessi! Il motivo? Semplice…. Ma io da questa conoscenza posso ricavare soldi, ma io da questo tempo posso ricavare soldi ed i soldi oggi servono. Magari poi si finisce per sprecarli perché non si ha tempo di utilizzarli bene.
E il resto? In realtà ciascuno di noi ha talmente inglobato la supremazia dell’economia sull’ambiente e sulla coesione sociale che non riusciamo ad applicare la sostenibilità nemmeno nella nostra vita personale. E non vi sembra un motivo sufficiente per cercare di cambiare stile di vita? Non vi sembra che sia avere un tesoro contare su una rete che potrebbe consentirci di appoggiarci ad un gruppo in questo sforzo?
martimr detto
Salvo scrive (25.06.07)
Vorrei dare qualche breve rilievo a… caldo:
oggi ci sono 45 gradi, e con tutta l’aria condizionata in facoltà si fa pure fatica a lavorare.
In linea di massima, l’idea di puntare sul locale, con tutte le precauzioni possibili perché la società civile locale non è sempre… civile, mi sta bene come tentativo di trovare uno spazio mediano ma da eccedere rispetto all’economia di mercato e a quella statale.
Una grande differenza di veduta è su questa dicotomia, che io non avverto tale: stato e mercato non sono né paradigmi divaricati, né pratiche eterogenee, bensì modulazioni diverse di una tecnologia di potere che si tiene a braccetto. L’idea stessa di mercato liberale nasce come effetto di governo, come precisa Foucault, e le norme del mercato nulla farebbero senza la retroguardia simbolica e normativa dello stato.
Nè bisogna pensare lo stato come spazio neutro – in questo dissento dalle opininioni di Tommaso, che crede lo stato come una sfera neutrale, quando invece lo stato, a mio parere, è un luogo di potere occupato da élites che dettano la finalità collettiva, ossia l’idea in vigore di bene comune. In sé e per sé, il bene comune non esiste, se non a livello ontologico, ma non politico, in quanto esso è una posta conflittuale.
A mio avviso, occorre allora pensare uno spiazzamento rispetto a tale tecnologia di potere che coniuga stato e mercato secondo accentuazioni diverse. Le pratiche di governance, ad esempio, a livello europeo rendono bene l’idea di un connubio stretto tra istituzioni pubbliche , non sempre rette secondo parametri democratici, e istituti privati (anche della società civile, Ong incluse) che si conformano all’obiettivo della governance in una discussione elitaria e rarefatta, fatta da chi ha disponibilità (non solo economica) di accesso alle sedi di governance. Ma forse tu di questo ne sai parlar emeglio di noi poveri studiosi…
A titolo di esempio, posso allegare un mio recente paper presentato ad un convegno su “Governance e democrazia” in cui cerco di tematizzare teoricamente la posta in palio.
martimr detto
Bruno scrive: (9.7.07)
Le osservazioni di Tommaso individuano certamente punti importanti della riflessione e meritano attenzione. Tuttavia, qualche commento a braccio, ho l’impressione che la sua sia una lettura da un lato pessimistica sui movimenti e i soggetti sociali perché deterministica: è corretto affermare che questa o quella organizzazione o attore sociale si muove dentro logiche di mercato o altro che lo spingono in una certa direzione. Tuttavia, considerare un imprenditore, o un politico o un insegnante una sorta di robot che reagisce agli impulsi del “profitto” o della “carriera” mi sembra fornigli un alibi al fatto ingiustificato che è un “cattiva” persona che andrebbe rimossa dai ruoli che svolge (indipendentemente dai diritti acquisiti che possa rivendicare). L’attività della UCC, o della UBC per quanto mi concerne, si basa sul presupposto che le persone alle quali ci rivolgiamo sono potenzialmente disposte a rimettersi in gioco e in discussione indipendentemente dai ruoli che i percorsi di vita ci hanno assegnato. Per questo noi mettiamo al centro del nostro lavoro comune la battaglia culturale che oggi non può che essere una rivoluzione culturale.
Sul problema dello “Stato” rispetto al “locale”. La mia reazione è sia di tipo pragmatico sia di tipo teorico. Pragmatica perché Tommaso dovrebbe darci UN esempio di cose importanti che sono state fatte o che si possono fare da “dentro le istituzioni”. E con ciò estendo il concetto di Stato a quello di istituzioni compresi partiti, sindacati, ecc. Da decenni, in QUESTO paese, ogni movimento in avanti realizzato è stato sempre il frutto di iniziative prese fuori, e avversate, dalle istituzioni. Esempi: la scuola di Don Milani, le iniziative vitali della società civile per il “commercio equo”, la “finanza etica”, la “cooperazione internazionale”; la nascita delle “cooperative sociali”, nuove iniziative educative come la UCC e UBC, ecc. La controprova di questo si ha nel fatto che tutte queste iniziative nel momento in cui si istituzionalizzano sono riassorbite nei meccanismi di quel materialismo deterministico del quale parla Tommaso e del quale lo Stato è oggi il Garante. Noi tutti, o quasi, veniamo da lunghe esperienze dentro le istituzioni e anche da settori che dovrebbero essere i più dinamici, come la scuola, l’università, ecc. Eppure, l’UBC è nato dal convincimento che una riforma è impossibile da dentro la scuola e l’università ma solo se da fuori si ricrea una cultura che potrà fare da leva nel futuro non certo per riformare l’esistente (sarebbe più corretto dire l’inesistente) ma per rifondare il concetto stesso di educazione e formazione. Lo stesso potrebbe estendersi alla sanità, alla politica, ecc. Tommaso ha ragione quando dice che il locale non è per definizione più forte dello stato (più forte in senso etico). Ma questo perché il punto è che se non si cambia la cultura di base della quale siamo stati imbevuti da tre secoli almeno ci sarà una tendenza inevitabile e rientrare nei binari del presente.
Una considerazione teorica, ma non riducibile a battute. Quando noi parliamo dello Stato, per o contro, abbiamo tutti in mente due modelli: lo Stato europeo e la democrazia europea. Cioè partiamo da un handicap, perché è proprio da queste due false narrazioni costruire e diffuse dalla Borghesia europea per rendere legittimi e accettabili meccanismi di potere rivolti a ben altro e altrove che ha avuto inizio la nostra cultura. Tuttavia, ci sono stati momenti, non “alti” ma momenti, nei quali lo Stato italiano ha saputo percepire bisogni diffusi della “collettività” italiana (non le “comunità” dell’Italia che lo Stato aveva appunto distrutto). Penso ad alcune scelte economiche che dettero vita al sistema pubblico e alle imprese pubbliche in Italia a cavallo della Sec. Guerra Mondiale. Penso anche all’indirizzo che prevaleva nelle istituzioni (sindacati e movimenti sociali) fino agli anni Cinquanta. Poi tutto si è bloccato e lo Stato, trascinando con se partiti e sindacati, è diventato il comitato di affari degli affari “loro”. Queste sono le ragioni per le quali nella UBC non parliamo più di Stato del Benessere, che è stato proprio quello che Tommaso descrive come la mercificazione dei rapporti sociali e umani, ma di Bene Comune, cioè di un progetto di società diverso fondato su persone e istituzioni diverse da quelle dello Stato del Benessere. Lo stato scompare dal titolo del progetto, per sostituirlo con il Bene e la Comunità che se ne deve fare gestore. Ma nel contempo l’idea del Bene Comune non è figlia del glocalismo della Globalizzazione, contrariamente allo Stato del Benessere che fu figlio del Fordismo, ma risponde invece alle sfide della Mondialità (cioè dell’interdipendenza tra popoli) mediante una apertura del dialogo tra Comunità, cioè dal locale, ma per il “vivere insieme”, cioè per trovare forme e vie di convivenza. Quali saranno le nuove “istituzioni” che esprimeranno il governo delle comunità e le loro forme di convivenza? Non lo sappiamo, ma oggi possiamo di volta in volta decidere quali forme di governo e di potere sostengono questo processo. Di certo sappiamo che per quanto riguarda le nostre comunità (le regioni italiane) e lo Stato italiano la via del rinnovamento passa per la loro “trasformazione” radicale che deve dare origine a una cosa altra. Una trasformazione che non può venire dalle istituzioni ma da dentro le persone.