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Riflessioni su crescita e sostenibilità

Pubblicato da UCC su 31 Agosto, 2006

1.                  Premessa
 “Condizionato” dalla mia formazione di ingegnere chimico ho provato ad esaminare il lavoro di Serge Latouche leggendolo con gli occhiali dell’evidenza anziché con quelli dell’opinione. Con questo approccio arrivo alle stesse conclusioni di Latouche sulle conseguenze catastrofiche di un immaginario fondato sulla crescita economica e sulle responsabilità degli economisti nel prestarsi ai poteri forti in questa lettura “univoca” della gestione del pianeta.

2.                  La metodologia di analisi
 
Le mie osservazioni si limitano alla lettura del libro di Latouche e del sito del movimento   della Decrescita.
Stando a questi testi sollevo una prima perplessità a livello metodologico: ciò che Latouche chiama “analisi” nel suo libro non è condotta con una metodologia argomentata sulla base dell’evidenza, ma attraverso una serie di opinioni con una venatura polemica nei confronti di dichiarazioni dei suoi colleghi economisti e di quanti avevano sostenuto, magari in cattiva fede, la politica di sviluppo dei paesi poveri.
 Debbo anche ricordare che, a partire dagli anni ’80 la parola sviluppo ed in particolare lo sviluppo sostenibile ha un’accezione più vasta di quella che egli sembra attribuirgli. Si avvicina di più al concetto di sviluppo umano e comporta un approccio integrato alle problematiche ambientali, economiche (e non crescita soltanto) e di coesione sociale. Questo vizio nella metodologia di analisi porta Latouche a tirare delle conclusioni che non reputo ben fondate e quindi condivisibili. Inoltre, proprio perché condotta con una metodologia basata sulla propria opinione e su quella, pure diverse, dei tanti colleghi citati, l’analisi di Latouche comporta un pericolo: è diseducativa per quanti si avvicinano al suo movimento.

3.     La contrapposizione Sviluppo/Decrescita            Cerco quindi di dimostrare come il vizio di impostazione dell’analisi di Latouche porti alla contrapposizione sviluppo/decrescita e come questa contrapposizione non sia proponibile sia da un punto di vista terminologico (purtroppo non ho potuto proiettare le definizioni di sviluppo in senso più lato, rispetto a quello puramente economico, date dai dizionari sia italiani, che francesi, che inglesi – ove crescita è, semmai, definita come una fase dello sviluppo che comprende anche il declino e la morte) – sia da un punto di vista matematico e chimico-fisico ricorrendo all’esempio dei bilanci di energia e di materia applicati alle trasformazioni di un sistemaIn ingegneria, a differenza che in economia, il concetto di sviluppo di un sistema è infatti associato sia alla crescita che alla decrescita perché questi esprimono il valore positivo e quello negativo della variazione di una stessa grandezza.             Δ U = A + E + C è la formula di conservazione di tre funzioni di stato in un sistema. Se il sistema è chiuso, questo alla fine non scambia energia U con l’esterno; Δ U è quindi zero. La formula diventa quindi  A+E+C=.            Se ricorriamo a questo linguaggio matematico per esprimere il concetto di sviluppo sostenibile, nell’accezione istituzionale corrente, indicando con A gli effetti ambientali di una operazione con E quelli economici e con C quelli sulla coesione sociale, possiamo dire che se A deve crescere, E o C devono diminuire affinché il risultato resti zero. Se le condizioni di equilibrio mi dicono che C deve o può aumentare, allora occorrerà una crescita; se dovrà diminuire avremo bisogno di una decrescita. Quindi “DECRESCITA” in quanto particolare di una realtà più complessa “SVILUPPO” non può essere messa in contrapposizione con quest’ultima.
Ovviamente questa comprensione del problema consente una certa flessibilità anche in funzione della dimensione locale.

Considerando, ove possibile, sistemi locali, le condizioni di equilibrio possono consentire/richiedere variazioni diverse per raggiungere l’equilibrio. Il che vuol dire che in alcune località può essere necessario favorire la crescita (almeno per un certo periodo).       
In conclusione sarebbe più logico e condivisibile se Latouche mettesse in contrapposizione alla decrescita la crescita anziché lo sviluppo.    
Analoghe considerazioni possono farsi con il binomio durevole/sostenibile. In francese lo sviluppo viene chiamato “durable”. In italiano, Latouche si ostina a proporre i due termini abbinati ignorandone la differenza. Al contrario di durevole (che gli italiani non usano e che dà più l’idea della costanza nel tempo) “sostenibile” è un termine più flessibile che mi dice che se il bilancio dei vari ingredienti non tiene, debbo fare un passo indietro su qualcuno di essi sino a riportare il bilancio in pari.
 

4.        I rischi della contrapposizione sviluppo/decrescita
La contrapposizione spinge ad ignorare ( e quindi a non difendere) quanto è stato fatto fin qui a livello istituzionale a favore dell’ambiente e della coesione sociale. Inoltre, al pari dei suoi colleghi economisti, Latouche ignora che l’intervento dei poteri forti è spesso determinante nell’inficiare le metodologie di intervento più appropriate (il caso del funzionario europeo Ludwig Kramer mostra che c’è ancora chi lotta per arginare i poteri forti che vogliono unicamente la crescita e meriterebbe quantomeno il nostro sostegno);        
La contrapposizione non incentiva quindi all’azione di controllo sistematico del cittadino sulle decisioni che si prendono in sede istituzionale (invito a saltare giù dal treno ed a creare “una società autonoma ai margini dell’economia dominante” );    
 Distoglie inoltre l’attenzione dai veri responsabili delle scelte a favore della crescita: i poteri forti. Sono questi infatti che cercano di forzare le politiche dello sviluppo nell’unica direzione della crescita e non il concetto astratto di sviluppo.

5.         I rischi del messaggio di Latouche      
La decrescita è uno slogan comunicativo” viene osservato spesso quando si sollevano obiezioni a questa proposta.         
Se lo si considera come messaggio rivolto alle masse per stimolarne la mobilitazione, il messaggio è correttamente impostato: contiene l’ingrediente mobilizzatore, il catastrofismo,  e l’obiettivo da raggiungere, il nemico da combattere ovvero la crescita. È meno chiaro il terzo elemento necessario: il metodo, il come contrastare il nemico, il “che fare”.         
Ribadisco che questo messaggio è condivisibile perché l’ingrediente mobilizzatore  è fondato (ma non è Latouche a dimostrarlo con la metodologia d’analisi del suo libro) e perché la crescita da abbattere fa immediatamente risalire a chi la vuole: i poteri forti, vero obiettivo da contrastare.
 In tempi in cui, nelle relazioni con i paesi poveri, i poteri forti e la politica adottano lo slogan “trade not aid” mentre, in occidente, la crescita è considerata indispensabile per mantenere il welfare e per proteggere l’ambiente, Latouche sostituisce inspiegabilmente il termine crescita con l’accezione che il termine “sviluppo” ha avuto sino agli anni ’80, quasi a fare i conti con un passato che è personale. In questo modo rende meno facile l’individuazione del soggetto attivo da contrastare, i poteri forti.         
Riguardo al “che fare” Latouche propone il ritorno, con i dovuti adattamenti ai tempi moderni (e qui sta la ricerca da fare), ad una società vernacolare ai margini di quella dell’economia dominante.
I rischi del messaggio di Serge stanno proprio in quest’ultimo punto. Essi consistono in:         
a)     Un invito ad escludersi creando una società parallela ed autonoma dell’autosussistenza locale. Il che, fra l’altro, tornerebbe comodo anche ai poteri forti che stanno estendendo anche al mondo occidentale le grandi differenze di reddito e quindi una grande esclusione sociale. Presto i vari governi si faranno paladini di nuovi stili di vita (magari gli stessi proposti da Latouche) validi ovviamente per chi avrà meno soldi;      
b)     Il disinnesco delle tensioni sociali che le crescenti situazioni di ingiustizia sociale possono creare, perché il suo messaggio rischia di essere accolto in particolare da quanti cominciano ad avvertire il rischio dell’esclusione. In questo caso verrebbe letto: “piuttosto che farti escludere, aderendo alla decrescita sei tu a scegliere”.      
c)      La debolezza della metodologia di analisi fa sì che il messaggio venga recepito su basi emotive (ad esempio da chi vive l’angoscia di una esclusione in corso o futura) piuttosto che da chi affronta il problema del che fare su basi più razionali. Il “decalogo della decrescita” ed altri simbolismi non fanno che evidenziare l’appello fideistico del messaggio e la tentazione ad essere recepito come una religione (1. raffronto con l’esperienza degli Amish che praticano almeno 7 dei 10 punti del decalogo; 2. comunanza di argomentazioni – pur nella differenza di linguaggio e simbologia – con la “Populorum progressio”, peraltro impropriamente citata nell’ambito dell’analisi latouchiana; 3. Demonizzazione del progresso tecnologico – tipico delle religioni dogmatiche, costrette a rinnovare i propri dogmi rispetto al progresso scientifico – di cui Latouche sembra chiedere il ridimensionamento perché sia controllabile da parte delle società vernacolari;  4. invito alla “conversione individuale” degli stili di vita, per salvarsi. 5. La “bibbia” della decrescita il prossimo libro che Latouche pubblicherà.

6.     Cosa propongo (avevo previsto lo sviluppo di questo punto per la replica)
         Il messaggio di Latouche dovrebbe fondarsi proprio sullo sviluppo sostenibile, nella sua corretta accezione, anziché sulla decrescita, recuperandone ove necessario l’accezione più autentica. La decrescita non è esclusa dallo sviluppo sostenibile tutte le volte che la protezione dell’ambiente e della coesione sociale lo impongono (oggi potrebbe dirsi sempre).
        Proporrei al movimento della “decrescita” un grande sforzo di solidarietà nella ricerca, finalizzato a ponderare quali consumi e quali produzioni possiamo effettivamente permetterci in un mondo più giusto in modo da determinare la misura dello sforzo che ci aspetta. La grande sfida della governabiltà passa per la quantificazione degli impatti. Altrimenti non si saprà mai se si sarà decresciuti abbastanza.    
         Ai risultati di questa ricerca impronterei uno sforzo di sobrietà, fissando degli obiettivi da raggiungere gradualmente nel tempo, obiettivi che possono variare in funzione delle situazioni locali.
         Mi preoccuperei anche di reinventare un nuovo rapporto con il denaro e l’uso di questo strumento che possa sconfiggere i meccanismi perversi della finanza nel drenare le risorse prodotte dal lavoro. Avrei però cura di evitare i suggestivi ritorni ai primordi o di replicare acriticamente esperienza, come quelle sudamericane, determinate da condizioni di emergenza fortemente dissimili da quelle europee. 
         Proporrei uno sforzo nella comprensione dei meccanismi di governabilità locale, regionale e globale, nell’acquisizione delle conoscenze relative per potere pesare sempre più sulle scelte dei decisori e per esercitare le regole della democrazia partecipativa e rappresentativa.
         Cercherei anche di affrontare il problema della mercificazione e della divisione del lavoro, consapevole che le soluzioni alternative passano per un ampliamento della ricchezza cognitiva di ciascuno e non per il ridimensionamento del sapere tecnologico. Incoraggerei le sperimentazioni di modi alternativi di produzione e di consumo ancorandole ove possibile alle caratteristiche ed alle potenzialità del territorio.
        Sosterrei le comunità locali nella valorizzazione delle proprie risorse umane e naturali, delle proprie conoscenze e nell’accesso alla conoscenza complessa per rendere più efficace la capacità di governo e la riappropriazione dei beni comuni…..          
 Non è una lista esaustiva, ma credo che chi conosce già la proposta dell’Università etica per la Condivisione della Conoscenza potrà individuare negli ultimi tre punti il campo dove quest’ultima intende contribuire con il proprio sforzo. Ovviamente i primi punti ed altri ancora dovranno essere tenuti presenti come tela di fondo.

8 Risposte a “Riflessioni su crescita e sostenibilità”

  1. martimr detto

    Elena scrive:

    Comincio con una citazione (questa è una delle poche volte che mi permetto di fare citazioni); stanotte aprendo la prima pagina di Micromega del 2000 n. 2, per caso mi imbatto in una frase che rende bene quello che penso della teoria di Latouche, chiaramente posso sbagliarmi, ma ho avuto l’impressione che: “Nulla è creduto più fermamente di ciò che meno si sa.”(Michel de Montaigne).

    Perché dico questo? Dal video della conferenza di Latouche che ho scaricato da Internet (www.decrescita.it) e da quel poco che ho ascoltato ieri dopo l’intervento di Santo, ho maturato delle considerazioni sul fatto che in realtà quello che dice Latouche parte da dei presupposti che non sono scientifici, o diciamo pure (basati sull’evidenza), ma secondo me solo profondamente emotivi. Questo è un modo emotivo di reagire in una condizione di impotenza, quando si hanno degli strumenti adatti, ci si sente sicuri di sé ,in genere, si cerca il dialogo: chi non ha strumenti usa la violenza, anche di tipo psicologico, o utilizza le armi della religione proponendo dei dogmi che sono accettati senza alcuna obiezione.
    Secondo me Latouche ha ragione per quanto riguarda l’analisi sull’autodistruzione dell’uomo, sulla possibilità di estinzione dell’essere umano, dovuta a dei fattori creati dall’uomo stesso; denuncia l’inquinamento, la sterilità maschile, le guerre, la miseria, ecc.

    Ma la reazione di uno studioso deve essere più profonda, più logica, o razionale. (Cosa strana, in tutte le lingue del mondo la crescita ha un’accezione positiva, per Latouche -considerando che il linguaggio economico ne fa uso perché l’ha mutuata dalla natura-, la crescita non va più bene. Diceva Nanni Moretti in un suo famoso film: “Le parole sono importanti”).
    Non si può dire che se la crescita, in questo caso economica, va a favore dei potenti, togliendo la crescita e quindi usando lo strumento decrescita, tutto andrà al suo posto, l’essere umano ritroverà la felicità ritornando all’età dell’oro dove si era felici, si viveva con quello che produceva la natura, ecc.
    Ma è così? Lo si può provare? Dobbiamo ritornare a credere ai miti?
    E se io non accettassi queste considerazioni, se io fossi convinta che la nostra società con tutti i suoi difetti (correggibili nel tempo con delle politiche economiche, ambientali e sociali più vicine all’essere umano) a me come essere di sesso femminile, ha dato la possibilità di conoscermi, di comunicare, di esistere sia fisicamente che come essere pensante, e penso che tutto ciò lo devo alla rivoluzione industriale, alle lotte operaie, alla riconsiderazione del lavoro femminile, alle souffragette, ad un periodo storico che Latouche ha definito totalmente negativo citando Dickens. Senza quel periodo storico io non starei qui a scrivere al computer mentre la lavatrice, o la lavastoviglie fanno il lavoro al posto mio; non so come sarebbe andata se non ci fosse stata la rivoluzione industriale, ma quello che so è che se non ci fosse stata, l’emancipazione della donna, le pari opportunità, la parità di diritti, io non li avrei vissuti. Quando si affronta un periodo storico non si può parlare solo di quello che ci interessa per sostenere le proprie teorie, lo si deve affrontare nella sua complessità.
    Mi stupisce che un economista non riesca a vedere nello sviluppo una crescita che ha agevolato le classi più deboli, i contadini, la mobilità sociale, il diritto allo studio (in Francia), la costituzione di uno stato sociale è stata una delle grandi conquiste di gente realmente in difficoltà con la vita, che viveva di stenti e lavorava solo per campare. Posso capire che identifica lo sviluppo e la crescita con la schiavitù dalla tecnologia, dalle multinazionali, dai poteri forti, ma non ci si può tagliare un braccio se ci siamo fatti male, basterebbe capire la natura del male e adeguare il rimedio, se è un graffio basta disinfettare, se è una cancrena allora dobbiamo reciderlo, ma dobbiamo stare attenti a dove tagliare.
    Latouche fa un paragone tra l’ateo e “l’acrescita” (non è un errore è un alfa privativo): l’ateo rifiuta l’idea di un essere creatore e non crede nelle istituzioni religiose che portano avanti questa fede; quindi chi pensa alla decrescita la deve immaginare sotto questo punto di vista: “ non credo nel tipo di economia che punta soltanto sulla crescita e quindi sono contro tutte le istituzioni che seguono questo approccio, e cerco di combatterle arginando il loro potere”. Ma egli non considera il fatto che se un ateo (qui mi sento tirata in ballo), relativista, laico, non condivide la fede religiosa perché non la comprende e non fa parte di sé, non per questo è autorizzato a distruggere le istituzioni religiose. Può criticarle nel momento in cui invadono la privacy anche di chi non è credente, ricorrendo magari alla legislazione, come è accaduto in Italia con la legge sulla fecondazione assistita o sullo studio delle cellule staminali. Ma non per questo ad un ateo verrebbe mai in mente di fare la guerra alla Chiesa, o a qualsiasi altra istituzione religiosa. In genere si avvale di uno strumento che può essere più o meno efficace: la parola. Quanto detto ieri da Latouche mi sembra come un’azione di guerra e non come una proposta da discutere. È come se dicesse: “questa è la verità e tu la devi accettare, e se non lo fai, o sei stupido o sei in malafede”. Questo modo di fare è risultato chiaro quando Santo ha posto delle obiezioni secondo me logiche, reali, evidenti, e le sue risposte almeno fino a quando sono stata presente non sono arrivate; ho notato che ha ripetuto parola per parola le stesse espressioni, gli stessi esempi che avevo sentito e visto sul video scaricato da Internet. Questo mi fa pensare che non ha la capacità o la possibilità di interagire, come se la sua fosse una missione da portare avanti, una fede che non ha quindi bisogno di cercare, che non vuole comprendere altro, non ha bisogno di interagire.
    Posso fare delle domande cattive? Ma uno che non vuol fare uso di questo tipo di economia perché scrive libri e li vende? O anche se non li vende e li regala, quando fa uso della carta, dell’inchiostro, della stampa, non si avvale di azioni di natura economica legate alla crescita? Perché prende l’aereo, il treno, o qualsiasi altro tipo di mezzo che sono parte integrante dell’economia della crescita, anzi, che rappresentano la nostra economia e il nostro attuale sistema di vita, per diffondere, quello che io considero il suo credo e non una teoria scientificamente fondata? Perché non usa altri strumenti? Non può usare neanche Iternet (strumento sviluppato nell’ambito delle strategie militari e quindi concepito nel rigore della logica legata alla guerra) eppure il video io l’ho preso da lì. Perché non usa il passa parola? Il cristianesimo si è diffuso in tutta Europa eppure non esisteva l’attuale tecnologia o economia. La distruzione di questa economia e la diffusione di un altro tipo di economia basato sulla decrescita può realmente renderci meno schiavi? Chi conosce l’essere umano, sa e deve accettare che ci sarà sempre la lotta tra chi protegge i più deboli e chi con arroganza li sottomette sotto qualsiasi tipo di potere democratico o dittatoriale, questa lotta continua più o meno evidente, ma esisterà sempre.
    Ps: Complimenti a Santo per la demolizione della struttura del libro. Hai dimostrato in alcuni punti quello che io avevo intravisto, cioè una sorta di nuova religione basata su delle soluzioni molto antiche. Il libretto degli Hamish mi ha fatto ridere, è stata una trovata geniale. Effettivamente è vero: esistono già delle comunità anche in Italia che non usano la tecnologia come noi la conosciamo e si rifiutano di utilizzarla; questa la considero una scelta, che non condivido, ma che posso accettare nel rispetto della libertà degli altri. Quello di cui io ho maggior paura è l’imposizione delle scelte altrui, mi rifiuto di pensare ad una società in cui non c’è la possibilità di decidere il proprio modo di vivere. Questa possibilità di scelta consapevole è quello che distingue l’essere umano da tutti gli altri esseri viventi. Fino ad oggi dipende da me guardare o meno la tv (è solo un esempio). Posso decidere di spegnerla quando voglio e se non voglio perché mi deve essere imposto dall’alto? Questo atteggiamento così protettivo è tipico delle religioni. Secondo me una delle soluzioni possibili è proporre al genere umano un’altra possibilità di scelta, che abbia in sé la struttura attuale (per non sconvolgere totalmente il corso della storia) con nuovi contenuti, come la sostenibilità dello sviluppo, dell’ambiente e dell’economia.

    Questa voce è stata inserita Venerdì, 1 Settembre 2006 a 10:07 am ed è archiviato sotto c. SOSTENIBILITÀ LOCALE, crescita/sostenibilità. Puoi seguire tutte le risposte a questo articolo attraverso il RSS 2.0 feed. Tu puoi lascia una risposta, oppure trackback dal tuo sito. Modifica questo articolo.

  2. martimr detto

    Eliana scrive:

    Io non credo che il nostro economista “pentito”(?) si appelli al ritorno al mondo del buon selvaggio (altrettanto inesistente e altrettanto mitico quanto la decrescita, almeno dal mio punto di vista) quanto che stia cercando una strada diversa, divergente rispetto a quella che l’Occidente ha imboccato. Quanto poi questo sia profondamente sentito, nelle ossa, nella carne e nel sangue, e quanto sia di effetto, non saprei. Tuttavia il beneficio del dubbio è nel diritto (occidentale) un dato acquisito. Quale sia la strada non è ben chiaro. Ritengo che le sue analisi (quando ancora fondate!) siano traballanti e che forse quell’emotività che coglievi ne sia il reale fondamento. Non saprei:spero per lui, che fa l’intellettuale “sintuto” che non sia così. Bene o male,poi, i nodi dell’infondatezza vengono a galla e poi sì, davvero, occorre buttare l’intellettuale con tutta la sua acqua del bagnetto!! Non mi farà male approfondire.
    Ciò detto credo anche che non si possa e non si debba leggere la storia e le storie come un elenco di catastrofi in crescendo. E’ altrettanto poco morale quanto la lettura improntata all’esatto contrario. Così come come non credo che necessariamente debba esserci chi soffre e chi gode,in proporzione inversa,ovviamente, ed altrettanto non credo che uscendo, deragliando o scendendo dal treno del post capitalismo in corsa ci sia l’Eldorado dei conviviali. Esistono miliardi di correttivi ed di analisi meno radicali e meno emotive. Tra l’altro, come ulteriore mio limite, io ritengo che l’umanità si aggreghi prima di tutto per la propria sussistenze, poi sopravvivenza e poi crescita e che si muova, prima che in ogni altro campo, nella dimensione della produzione e della riproduzione delle sua condizioni materiali. Poco credo ad ottiche diverse: ma sono punti di vista e di analisi,tutti validi. Bisogna solo appurare quale faccia meno acqua nella salvaguardia del sistema naturale e sociale,il che non è facile, si capisce! Inoltre, diversamente da te,in questo caso, non credo che tutti abbiano la possibilità reale di scegliere: molte scelte sono necessitate, molte non sono consapevoli, molte sono indotte. Ma questo mi piacerebbe approfondirlo in un’altra “puntata”.

  3. martimr detto

    Luca scrive:

    Anzitutto, vorrei invitare ad una maggiore prudenza nel dire che qualcuno – chiunque sia – parte da “presupposti non basati sull’evidenza”. Nel caso di Latouche, condivido molti degli argomenti e alcune delle proposte (punto 6) del documento presentato. Ho anche trovato l’analisi di Bruno Amoroso largamente condivisibile – anche se mi piacerebbe approfondire gli aspetti legati alla sua traduzione concreta.

    Tuttavia, intravedo il rischio di una sorta di “banalizzazione” della questione posta da Serge Latouche e da altri a proposito della decrescita, banalizzazione che mi sembra ingenerosa, oltre che scarsamente fruttuosa.

    ·
    La DECRESCITA – è stato detto molte volte – NON è un programma ascetico di riduzione di consumi e produzione, ma piuttosto una proposta che ha come prospettiva un
    aumento del benessere comune.

    ·
    Il problema è che attualmente E’ la crescita economica che dà la misura del benessere! E cioè: un indicatore come il Prodotto Interno Lordo, attraverso le sue variazioni, non solo viene utilizzato come misura di prosperità economica – già in questo discutibile, temo – ma anche di progresso sociale e di benessere tout court.

    ·
    L’approccio oggi dominante ha portato con sé uno slittamento di senso fondamentale: la competitività da strumento – importante insieme con altri – per lo sviluppo economico e per il benessere di una società, è divenuto un obiettivo in sé. Ne discende che tutti gli sforzi e le risorse si concentrano su una battaglia per guadagnare nuove fette di mercato – o non perderne. Il limite è nell’adozione di una visione a breve/brevissimo termine, assolutamente miope, fondata su una crescita economica subito, senza limiti e costi quel che costi a chi non ce la fa oggi e a chi verrà domani. La posta in gioco è allora di abbracciare una prospettiva più integrata e a lungo termine. Concordo dunque con i “fondamenti” presentati da Bruno Amoroso per dei percorsi verso il Bene Comune, in primis una rivoluzione culturale/educativa, che si basi sul rispetto della vita e del vivere insieme su questo pianeta, sostituendo alla cultura della competitività quella della cooperazione e della solidarietà.
    Sarei tentato di dire, ridare alla competitività il suo “giusto” ruolo.
    ·
    La necessità di mettere in discussione la centralità dell’economia nell’immaginario, mi trova dunque pienamente d’accordo.
    Tuttavia, credo che Latouche e gli altri non siano convincenti nel mettere, come fanno
    , tutti i tipi di “sviluppo” nello stesso calderone.

  4. martimr detto

    Elena scrive:

    Il mio timore è di vedere contrapposto al dogma crescita il dogma decrescita. Che le analisi di Latouche siano condivisibili questo mi sembra chiaro, che bisogna far decrescere la nostra impronta ecologica, il peso bioproduttivo ecc., ma è nella risoluzione del problema che non vedo dei presupposti scientifici e critico in lui quello che egli sta mettendo in discussione, cioè la miopia e il considerare l’economia a corto raggio.
    Non ho ben capito (se tu ne sai qualcosa in più ti prego di illuminarmi) come dovrebbe avvenire l’attuazione del programma della decrescita, – a parte quello che dice Latouche, sia durante le conferenze che nei suoi articoli – mi riferisco agli esempi della coltivazione propria dei prodotti, del non guardare la tv, di non utilizzare mezzi che accrescono il Pil, (c’è da considerare che ogni teoria dovrebbe prevedere un margine di errore che potrebbe essere fatale). Quello che mi chiedo io è questo: se tutti quanti fossimo d’accordo nell’attuare la decrescita, in pratica cosa dovremmo fare?

    Dall’oggi al domani non comprare più nulla? Si può pensare che un uomo ricco improvvisamente rinunci a tutto per partecipare al bene comune e quindi aumentare il benessere?

    È questo atteggiamento che critico, e che considero più vicino ad un modo di pensare più religioso che scientifico, perché un essere umano che si converte ad una religione, riesce ad abbandonare i suoi beni. Ma se gli dai dimostrazione del fatto che sta distruggendo se stesso, il futuro per i suoi figli, che il suo superfluo potrebbe essere l’essenziale per altra gente, beh! È quasi sicuro che non rinuncerà, non mi chiedere perché. Forse avidità? Orgoglio? Egoismo? Incoscienza?

    Bill Gates, ha deciso di andare in Africa insieme alla moglie e dedicare la sua vita al bene degli altri (articolo sull’Espresso di qualche mese fa). E in questo vedo un’inversione di tendenza, ma quanti Bill Gates esistono al mondo?

    E quanti invece vorrebbero possedere le sue fortune?

    L’idea di ridimensionare i consumi è sacrosanta, nessuno la mette in dubbio, ma io voglio capire con quali mezzi si può convincere chi non la pensa così ad adeguarsi ad un modo di vita più sobrio, più solidale, più equo.

    Quello che cerco io è una risposta concreta, reale, strutturata che mi possa convincere a seguire i modelli che ho elencato, e che possa condurre altri a convincersene.

    Quello che mi preoccupa in Latouche è la trovata dello slogan e l’uso di un mezzo che egli stesso critica ( perché lo slogan appartiene alla pubblicità); un mezzo che bisognerebbe eliminare, vietare? Non so.

    Quello che voglio è che non si cada nella banalizzazione come dici tu, perché questi argomenti sono talmente interessanti, ma più che altro importanti per la nostra sopravvivenza che se non c’è una base scientifica, e difficile da confutare, possono essere messi facilmente in discussione e accusati come ho fatto io di cadere nell’emotività, o peggio ancora nel dogma.

    Il fatto che Latouche sia uno studioso di fama dovrebbe portarlo a riflettere di più sulle obiezioni che gli vengono poste e cercare di farne tesoro tanto più che partiamo dalle stesse considerazioni e condividiamo la stessa analisi del mondo economico, sociale ed ambientale.

    Per quanto riguarda le teorie di Bruno Amoroso credo di condividerle, perché più realistiche, meglio strutturate e meno dogmatiche anche se presuppongono anch’esse una capacità da parte di tutti gli essere umani di ridefinire le regole del mercato e la logica degli scambi basandola sul principio del Bene comune.

  5. martimr detto

    Muzio scrive:

    Il problema è molto complesso e le variabili sembrano più delle equazioni che abbiamo a disposizione per trovare le soluzioni. Se mi perdonate la similitudine matematica, proporrei di semplificare momentaneamente la portata del
    problema fissando alcune di queste variabili. Diamo per esempio per scontato che siamo tutti convinti che il PIL non sia realmente rappresentativo della crescita del benessere (in senso lato) e che la crescita per tutti non è compatibile con le risorse del pianeta. Su questo siamo, mi pare tutti più o
    meno d’accordo. Il problema da porsi è come fare a creare un’inversione di tendenza in queste condizioni. A limite, potremmo considerare cosa fare nel caso che il livello di vita raggiunto dal sistema occidentale sia ancora compatibile con le risorse del pianeta, a condizione di applicare gli accorgimenti proposti da Bruno Amoroso (in questo caso, sarebbe convincente e chiaro il suo ragionamento?); e cosa fare nell’altra ipotesi che gli accorgimenti di Bruno situerebbero l’occidente ancora su un livello di consumi troppo elevato rispetto a quello compatibile con il pianeta.
    Ci sarebbe un’altra variabile da tenere presente (magari in una fase successiva) e cioé che esiste il gruppo di famiglie che detiene oggi il potere economico che si opporrebbe anche con la violenza a qualunque tentativo di cambiamento che mettesse in discussione i loro privilegi. Con tutto il rispetto, la recente scelta di Bill Gates meriterà un plauso. Ma le sue società continuano ad esistere ed a drenare ricchezza dal lavoro di tante persone…

  6. martimr detto

    Luca scrive:

    Da quello che ho letto sulla decrescita – il libro di Latouche e una dozzina di altri articoli – credo che si tratti essenzialmente di un appello (vedi, ad esempio, Mauro Bonaiuti su Aprile – giugno 2005): non c’è una ricetta chiavi in mano, ma “una pluralità di vie per decostruire il pensiero unico e andare oltre la società della crescita”.
    In quell’articolo Bonaiuti parla di “ripensare l’immaginario”; di ridurre le dimensioni delle grandi organizzazioni economiche; di equità, giustizia e pace (sostenibilità sociale); di forme
    politiche partecipate e conviviali.

    Credo che l’UCC abbia l’interesse e il dovere di confrontarsi con queste analisi/proposte, senza alcun imbarazzo o adesione fideistica, ma con lo spirito mostrato finora.

    Personalmente, non credo che la SOLUZIONE risieda nella coltivazione propria dei prodotti, o nel non guardare la tv
    - per quanto entrambe non ci farebbero male …

    Penso che non si tratti “di non utilizzare mezzi che accrescono il Pil”, ma piuttosto, distinguere all’interno della crescita del Pil, cosa porta al benessere comune e cosa invece è – come dice Bruno Amoroso – speculazione finanziaria o produzione di merci nocive e pericolose. E dunque certo non ambire a “tagliare di un colpo queste attività”, ma essere a poco a poco sempre più conseguenti, a livello individuale e a livello societale.

    Ma questo presuppone un’elaborazione teorica solida e CONDIVISA.
    Non si tratta di sposare una nuova religione, né quella della decrescita né quella del Bene Comune.
    Santo ha ragione: il problema è molto complesso e queste
    nostre modeste note ci servono, per ora, per meglio “situarci”, sapendo che c’è una base comune di discussione.

    Insisto nel dire che la questione del Pil è centrale, tanto in
    termini sostanziali che “simbolici”.
    Attualmente, anche per “misurare” lo sviluppo sostenibile, abbiamo un certo numero di indicatori, di cui fa parte la crescita del Pil, ma poi, fondamentalmente, tutto è visto in funzione di questa “crescita”, e anche le politiche ambientali vengono ridotte ad un’opportunità di crescita. Ma se si parla di “INTEGRAZIONE”, significa verificare, sulla base di un’analisi seria, le INTERAZIONI tra le dimensioni economiche, sociali e ambientali, e non vedere tutto in funzione delle priorità economiche, su pretesto che “se non c’è crescita, non ci sono risorse per le politiche sociali e ambientali”.

    E’ questa logica che va profondamente rivista, e non vedo come si possa fare se, alla fine, tutti facciamo riferimento al Pil. ¼br /> Per questo parlavo di indicatori SINTETICI, da identificare – ci sono già molti studi su questo – in maniera ampia e CONDIVISA, che possano avere un facile IMPATTO e COMPRENSIONE presso il grande pubblico. ¼br /> E quindi influire sulle politiche pubbliche. Non facile …

    Come fare a creare un’inversione di tendenza in queste condizioni?
    Esistono già numerose riflessioni, che vanno
    conosciute, scambiate, integrate e certo superate in una sintesi più efficace e convincente. E sperimentate in particolare a livello locale. Per esempio, approntando, perfezionando, diffondendo a livello locale degli strumenti in grado di “misurare” il grado di sostenibilità delle attività sul territorio in maniera realmente integrata.
    E questo se capisco bene è una delle priorità dell’UCC, e per quanto ambizioso, è un obiettivo alla portata.

    Ma l’azione non potrà che farsi su vari piani, e agire anche a
    livello nazionale – ed europeo per quello che ci riguarda –

    Certo, non possiamo attendere di aver la disponibilità di strumenti “basati sull’evidenza” per agire, e là è tutta la
    scommessa. E’ anche la questione del “CON CHI CONDIVIDERE COSA” che
    mi riporta a Latouche: se e fino a che punto l’UCC intenda fare almeno “un pezzo di strada” con altre analisi/proposte di cui non si condivide in toto lo sbocco finale.

    Questione aperta …

  7. martimr detto

    Scrive Muzio:

    È uno dei compiti che le realtà locali possono darsi (direi debbono) eventualmente in ambito UCC, beneficiando anche delle sinergie che l’UCC saprà creare.

    L’UCC non può avere una strada diversa da quella delle comunità locali. Essa vuole essere un loro strumento e quindi non può che condividere la strada di tutti coloro che sono disposti ad utilizzarla come strumento e non può che favorire il confronto con tutto ciò che si muove e che ricerca. È quello che sta facendo con la questione della DECRESCITA sollevata da Latouche: sta cercando di valorizzare questa proposta favorendo la riflessione ed il confronto. Le eventuali critiche fanno parte di questo contributo.

  8. martimr detto

    Scrive Tommaso L.:

    Ovviamente molte sono le cose condivisibili, molte non sono condivisibili in Serge Latouche, ma è l’impianto che
    fa acqua da tutte le parti (v. ad esempio l’idea
    di sostituire il PIL con indicatori sintetici ben piu’ arbitrari del PIL, quali l’impronta ecologica o l’indice del vero progresso (”vero” per chi?).

    2) Vorrei piuttosto fare alcune considerazioni (lapidarie per non farvi perdere tempo).
    PAROLE CHIAVE: “libertà” E “scelta”; “etica”; “tecnico/esperto/scienziato”

    ESEMPIO: “Due ragioni alternative per adottare la pena capitale”
    a) Perchè è ottimale! Lo si potrebbe sicuramente
    dimostrare SCIENTIFICAMENTE con qualche modellino
    matematico (di teoria dei giochi)
    b) se si vuole seguire l’ETICA dell’ “occhio per occhio ….”.
    (P.S. sto parlando dei motivi che determinano la scelta, e non di una razionalizzazione ex-post della scelta del tipo l’ “occhio per occhio in realtà è un bene per la società …” )

    Commenti:
    1. ovviamente si puo’ provare scientificamente
    anche che la pena capitale non è ottimale, la scienza non porta ad UNA verità

    2. se anche la pena capitale fosse ottimale,
    SIAMO LIBERI di SCEGLIERE di NON averla nell’ordinamento giuridico?

    In teoria economica si è soliti distinguere tra efficienza ed equità: L’efficienza riguarda le dimensioni della torta, l’equità la sua divisione:
    Se le due cose fossero separabili potremmo dire:
    “il nostro livello di inquinamento e consumo di risorse è inefficiente, non ci procura il massimo benessere” AND “le risorse sono distribuite in modo iniquo, il nord mangia troppo”. Purtroppo, come ci insegnano gli economisti che richiama Bruno Amoroso, le due questioni NON SONO distinte nella realtà. Non possiamo pertanto astrarre
    dall’ETICA, da ciò che riteniamo GIUSTO o SBAGLIATO. Non esistono pertanto scelte ottimali, ma solo scelte che ci piacciono e che non ci piacciono. L’esperto, la scienza, ci aiutano a scegliere spiegandoci le caratteristiche delle varie alternative, quelle note.
    La via migliore, per me, è quella ripresa da Bruno (p.5): “la decrescita è necessaria non per problemi di risorse o di efficienza, ma perché il nostro modo di vita così come è non ci piace e non ci soddisfa.”
    Quale principio scientifico ci impedisce di uccidere? di distruggere il pianeta? di scegliere una BMW anzichè una Mercedes?
    Quale principio scientifico ci obbliga a
    salvaguardare le generazioni future, ad aiutare il sud del mondo, a rispettare i diversi?
    Quale principio scientifico ci obbliga ad usare
    il PIL come misura del benessere?
    Considerato che la scienza economica mostra e sostiene che il PIL non sia un indicatore del benessere, ci rendiamo conto che è la nostra società che ha SCELTO di usarlo in questo modo? Che cosa fare in pratica? Se c’è qualche sovrano
    (o personaggi influente) illuminato, ben venga…
    Ma la via prioritaria è, a mio avviso, quella della riflessione e dell’azione nella nostra vita quotidiana sociale (e privata) in favore di un mondo che ci piaccia di più … gutta cavat lapidem
    Mi fermo …

    (Ai fini del presente “dibattito” elettronico
    consiglio, come sempre, la lettura di un
    economista istituzionalista tedesco K.William
    Kapp, già reclamizzato a Palermo nel dicembre
    scorso. A costo di peccare di vanità (che
    bello!!!), vi indico un riassuntino/introduzione
    a Kapp da me scritta disponibile in rete
    all’indirizzo: www-dse.ec.unipi.it/luzzati

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